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UBS : Di necessità virtù

UBS: «Lo shock economico del COVID-19 ci condurrà a una maggiore produttività?»

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Di Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer UBS WM Italy, UBS Europe SE, Succursale Italia 


La ripartenza dell’economia mondiale è ben avviata e, con tutta probabilità, anche in Europa potremo tornare rapidamente ai livelli di PIL precedenti il COVID-19. Ma la pandemia ha anche accelerato alcuni cambiamenti strutturali a livello economico e sociale, oltre ad aver innescato un approccio più pragmatico da parte dei principali governi.

Il modello economico neoclassico sostiene che la produzione totale di un’economia sia funzione della disponibilità di forza lavoro, dell’accumulazione di capitale, del progresso tecnologico e dell’efficienza nell’utilizzo di questi fattori. La produttività è il rapporto tra l’output della produzione e la quantità di fattori produttivi utilizzati.

Le recenti crisi, soprattutto quella del 2008, hanno portato a una diminuzione della produttività. Infatti, la riduzione degli investimenti a seguito delle crisi e il credit crunch hanno creato un circolo vizioso che ha zavorrato l’attività economica.

L’impatto della pandemia a livello sociale ed economico è stato drammatico, ma ne sta scaturendo un inatteso aumento della produttività, che potrebbe caratterizzare questo ciclo economico e correggere alcuni fattori che oggi impensieriscono il mercato, come l’inflazione.

Come è stato discusso al G20 di Venezia, la necessità di adattare i processi produttivi alle limitazioni imposte dal COVID-19 e le opportunità offerte dalla digitalizzazione hanno spinto le imprese verso nuovi modelli di produzione e di consumo.

I dati sull’occupazione ci forniscono una prima evidenza di questa tendenza: gli Stati Uniti hanno 7 milioni di lavoratori in meno rispetto a febbraio 2020, mentre il PIL ha già recuperato il livello pre-coronavirus; il tasso di disoccupazione nella zona euro (includendo le forme temporanee di salvaguardia dei posti di lavoro) è salito di 5 punti percentuali, ma entro la fine dell’anno l’attività economica avrà recuperato i volumi del 2019.

Molteplici fattori stanno sospingendo la produttività: l’innovazione tecnologica a partire dalla robotica, i nuovi modelli di lavoro (smart working e di consumo (e-commerce), la digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche, il rinnovamento delle infrastrutture in Europa e negli Stati Uniti, la transizione energetica e la lotta contro i cambiamenti climatici – che movimenteranno ingenti risorse.

Le implicazioni economiche e finanziarie di questo scenario di incremento della produttività e crescenti investimenti in infrastrutture potrebbero rivelarsi molto positive. Prima di tutto, di pari passo aumenterà la crescita potenziale del PIL fino al 2,5% per gli Stati Uniti e al 2% per l’Europa. Questa accelerazione consentirebbe di raggiungere una più alta redditività per le aziende, rendimenti più elevati sul capitale investito e maggiori entrate fiscali.

Inoltre, una maggiore efficienza dei processi produttivi consentirebbe di contenere l’inflazione, permettendo alle banche centrali di perpetuare un regime di tassi reali negativi (vale a dire tassi inferiori all’inflazione) e spingendo le valutazioni degli asset finanziari e reali.

Per queste ragioni ritengo che abbia ancora senso rimanere investiti sul mercato azionario con un approccio diversificato: grazie all’accelerazione degli utili, infatti, le valutazioni sono ancora ragionevoli, soprattutto per i settori ciclici.

Tuttavia, un’inflazione più alta deve far riflettere sulla gestione della liquidità che, se eccessiva, può portare a un’erosione del valore reale. Lo stesso si può dire per la parte del mercato obbligazionario che offre rendimenti molto scarni, motivo per cui preferiamo le obbligazioni high yield.

Infine, all’inizio di un nuovo ciclo economico, all’interno di portafogli ben diversificati può avere senso inserire una componente satellite di investimenti illiquidi, come il private equity, le infrastrutture o l’immobiliare. Le infrastrutture, in particolare, sono al centro delle politiche dei governi delle principali economie e ci aspettiamo che, sempre più spesso, si vada verso una partnership tra publicans e privato.

I maggiori rendimenti degli investimenti illiquidi sono strettamente connessi ai rischi impliciti in questo tipo di investimenti e, d’altra parte, da un punto di vista di gestione del portafoglio vi è l’opportunità di incrementarne la diversificazione includendo asset o società di minori dimensioni.

Fonte: AdvisorWorld.it

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