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Letture Estive La fine del mondo che conosciamo e l’alba del nuovo

Letture Estive La fine del mondo che conosciamo e l’alba del nuovo. Scende il dollaro e due libri appena usciti (più uno che sta per uscire ma è già quasi tutto in rete) aiutano, da angolazioni diversissime, a contestualizzare  il  fenomeno …

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Alessandro Fugnoli – Kairos Partners SGR


Li  proponiamo  come  letture  estive  non  solo  a chi ha dollari ma a tutti. Costano poco o niente, sono molto stimolanti e sono di scorrevole lettura.

Soprattutto, parlano del nostro futuro e di quanto sarà diverso dal presente che crediamo di conoscere.

Il  primo  lo  sta  scrivendo  Ray  Dalio  e  alcuni tra  i  capitoli  più  importanti  sono  già scaricabili gratuitamente.   Uscirà  completo   in   settembre con il titolo The Changing World Order. Dalio è il fondatore  e  gestore  di  Bridgewater  ed è  uomo divorato   dalla  curiosità   intellettuale.  

Non   la curiosità fine  a se stessa del polimate  ma quella che  deriva  dalla  consapevolezza  che  la  nostra breve   vita   non   ci   offre   abbastanza   strumenti   per   capire   il   presente, tantomeno il futuro, se non interroghiamo il passato.

Dalio vuole capire se i suoi sospetti sulla decadenza dell’America come potenza  imperiale,  del  dollaro  come  valuta  di  riserva  e  di  un  modello  di capitalismo  sempre  più  intrappolato  nel  debito  hanno  fondamento. 

Non gioca  a  fare  lo  storico  delle  civiltà  alla  Toynbee  e  ha  una  finalità  molto pratica, quella di capire se ci sta passando sotto gli occhi una di quelle fasi di transizione  che  capitano  una  volta  ogni  uno  o  due  secoli e  di  cui  di  solito  ci accorgiamo in ritardo dopo che i nostri investimenti sono finiti nel tritacarne della storia.

L’America  ha  ricostruito  l’Occidente  dopo  la  guerra  con  un’economia florida,  poco  debito  e  asset  finanziari  a  buon  mercato.  Il  dollaro,  in  quel contesto, è stato meritatamente valuta di riserva intercambiabile con l’oro. A  un  certo  punto  però,  verso  la  metà  degli  anni  Sessanta,  l’America  ha iniziato  a  consumare  più  di  quanto  produceva  e  a  finanziare  ogni  tipo  di spesa pubblica a debito.

Ha dovuto svalutare per tutti gli anni Settanta per rimediare,  ma  il  dollaro  non  ha  mai  perso  il  ruolo  di  dominus  degli  scambi internazionali.

L’America ha poi afferrato al volo la ciambella di salvataggio della  globalizzazione  e  della  delocalizzazione, avviando quella  macchina  che sembrava  in  moto  perpetuo  di  disinflazione,  tassi  bassi,  rialzi  azionari,  buy back. 

Così  facendo  è  però  sprofondata  nel  debito,  ha  perso  know-how,  ha ridotto  la  sua  base  produttiva,  ha  penalizzato  i  suoi  operai  un  tempo  ben pagati   e   ha   coltivato   la   serpe   in   seno   di   quella   Cina   che   oggi   vuole rimpiazzarla come un tempo l’America rimpiazzò la Gran Bretagna.

Ora che la Cina presenta il conto, l’America si ritrova disorientata,    socialmente    polarizzata,    culturalmente divisa, profondamente indebitata e con asset finanziari ai massimi  storici.  Prudentemente  Dalio  la  colloca  non  alla fine, ma a tre quarti del suo percorso imperiale. Se non da una guerra con la Cina, l’ultimo quarto sarà comunque funestato da una repressione finanziaria generalizzata, da crisi del debito, conflitti sociali, populismo di ogni colore.

Il colpo di grazia arriverà se e quando il dollaro perderà il suo status di valuta di riserva, perché allora l’America dovrà imparare a vivere dentro i propri mezzi, pagando le sue  importazioni  in  oro  e  non  in  dollari  se  non,  peggio ancora, con la carta del nuovo dominus.

Pessimista sul primato dell’Occidente è anche Viktor Shvets, autore di The Great Rupture, un libro di grandi ambizioni ma chiaro e conseguente nel suo percorso. Shvets, strategist di Macquarie, ha vissuto un terzo della sua vita in Unione Sovietica, un terzo in Cina e un terzo in America.

È un perfetto world historian,  quindi,  ed  è  anche  lui  convinto  che  le  risposte  sul  futuro  vanno cercate nel passato. L’idea di Shvets è che le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale costituiscono uno di quei punti di svolta che compaiono nella storia ogni qualche secolo.

Per  capirne  la  natura  Shvets  torna  al  punto  di  svolta  precedente,  quello della  modernità,  e  si  concentra  sul  XV  secolo.  Alla  sfida della  modernità  l’Europa  rispose  aprendosi,  anche  a rischio  di  vedere  destabilizzati  i  suoi  assetti  culturali, politici e sociali. Russia, Cina e mondo islamico si chiusero invece  a  riccio,  arrivando  in  Cina  a  distruggere  la  flotta che  aveva  scoperto  l’America  prima  di  Colombo  e  nel mondo islamico a proibire la stampa di qualsiasi libro per i successivi tre secoli.

Il risultato è che chi ha abbracciato la  modernità,  l’illuminismo  e  il  pensiero  liberale  ha dominato  il  mondo  per  il  successivo  mezzo  millennio, mentre chi si è chiuso ha perso il suo impero.

Questa  volta  però  la  sfida  della  tecnologia  non  sembra  richiedere  un approccio  liberale  per  dispiegare  i  suoi  effetti.  I  suoi  aspetti  orwelliani sembrano  addirittura  favorire  i  regimi  chiusi  e  illiberali,  che  hanno  meno vincoli  nel  portarla  alle  estreme  conseguenze. 

Al  punto  che  Shvets  ipotizza una  lunga  fase  in  cui  anche  le  società  occidentali  assumeranno  tratti  sempre più illiberali ed elitari per non indebolirsi troppo rispetto alla Cina.

Se Dalio e Shvets tratteggiano un mondo sul viale del tramonto, Stephanie Kelton,  nel  suo  The  Deficit  Myth  molto  atteso  e  appena  pubblicato  disegna con l’ottimismo dei vincitori la prossima fase storica.

La Kelton è uno dei massimi esponenti della Modern Monetary Theory, che nel libro espone con la chiarezza della grande divulgatrice.

The  Deficit  Myth  scioglie  nell’acido  la  mitologia  dello stato  che  va  gestito  come  si  gestisce  un  bilancio  di  una famiglia o di un’impresa, del debito pubblico che peserà sulle  spalle  di  figli  e  dai  nipoti,  del  denaro  che  non  cresce sugli  alberi  e  dei  vincoli  di  bilancio  che  impediscono  di spendere  quello  che  non  è  stato  raccolto  con  le  tasse.

L’unico vincolo, dice la Kelton, è l’inflazione, mentre il debito,   come   tale,   aumenta   le   risorse   a   disposizione dell’economia senza togliere nulla al settore pubblico.

Per la Kelton siamo dunque alla vigilia di un nuovo New Deal che mobiliterà risorse finora inutilizzate e darà lavoro e reddito alle fasce di reddito più basse senza  per  questo  penalizzare  le  fasce  più  alte  (se  non  per  espliciti  obiettivi  di livellamento sociale).

Se perfino l’Europa ha abbandonato l’austerità e ha gettato alle ortiche (per quanto?) i vincoli di bilancio, possiamo ben dire che siamo già entrati in pieno nel nuovo mondo del prossimo decennio.

Ma se la pars destruens della MMT è ormai consenso, la pars construens è piena di incognite. In un contesto politico e  sociale  in  ebollizione  come  quello  americano  la  gara  al  rialzo  sugli  stimoli pagati  con  moneta  è  destinata  a  continuare  anche  nei  primi  anni  in  cui  sarà ricomparsa l’inflazione.

Se Trump il reflazionista verrà battuto da un Biden ancora più reflazionista, possiamo ipotizzare qualcuno ancora più radicale che prenderà il posto di Biden fino al giorno in cui l’inflazione non sarà diventata un problema più serio della crescita.

Che  fare  allora  con  i  nostri  investimenti  in  un  mondo  così  complicato?  La cosa più ragionevole sembra essere quella di non fare una scommessa sola e di prepararsi  a  diversi  scenari. 

Torniamo  allora  all’idea  di  bilanciare  un portafoglio   ben   pesato   in   azioni   con   oro   e   titoli   governativi   indicizzati all’inflazione.

Quanto  al  dollaro,  ricordiamo  che  il  rialzo  degli  ultimi  anni  deve  molto all’idea che lo shale oil, rendendo l’America indipendente dalle importazioni di petrolio,  avrebbe  migliorato  strutturalmente  le  partite  correnti  e  quindi  la forza   strutturale   del   dollaro,   mentre   il   differenziale   dei   tassi   avrebbe mantenuto un afflusso speculativo verso gli Stati Uniti.

Oggi  il  differenziale  si  è  molto  ridotto,  mentre  Biden,  se eletto,  sarà  sotto  pressione  per  chiudere  lo  shale  oil. 

La Cina, dal canto suo, si muoverà in direzione opposta. Terrà i  tassi  alti,  tornerà  a  investire  nella  produzione  interna  di carbone per mantenere il riconquistato surplus delle partite correnti,   sosterrà   lo   sviluppo   strategico   del   renminbi continuando  ad  accumulare  oro  nelle  sue  riserve. 

Non  è certo  se  riuscirà  nell’impresa,  ma  la  strategia  è  chiara, costruire  il  renminbi  come  valuta  di  riserva  con  una  sua area valutaria e creare attraverso Hong Kong una quantità di renminbi a circolazione estera nella quale il mondo potrà indebitarsi.

Chi  ha  dollari,  da  qui  in  avanti,  dovrà  allora  evitare  di  tenerli  a  tassi irrisori   sui   governativi   non   indicizzati   e   farà   bene   a   tenere   azioni   di esportatori  americani  e  una  robusta  quantità  di  oro,  che  nelle  prime  fasi  di svalutazione del dollaro tende a salire di più delle altre valute.

Detto questo, le ansie dei mercati su un’inflazione americana già dietro l’angolo e su un dollaro in conseguente caduta libera per effetto dell’offerta di moneta  (M2)  aumentata  di  un  quarto  in  questi  mesi  sono  eccessive.

M2  è moneta creata dalle banche commerciali quando fanno prestiti alle imprese e il  boom  di  questi  prestiti  non  è  certo  dovuto  alla  voglia  delle  imprese  di assumere  nuovo  personale  e  aprire  nuovi stabilimenti, ma  alla  loro  paura  di bruciare troppa cassa e trovarsi insolventi.

Se il denaro prestato dalle banche alle imprese non circola e rimane fermo sul conto corrente è difficile pensare all’inflazione, che è prodotta non dalla quantità di denaro in sé ma anche dalla  sua velocità  di circolazione,  per  ora  in evidente  discesa. Calma  quindi, perché da qui all’inflazione ci vorranno molti altri trilioni di pacchetti fiscali e monetari. Che arriveranno, ma non domani mattina.

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.

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