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La linea d’ombra – Vicolo cieco?

«Sono con un gruppo di investitori, venti persone in partenza da Pechino con uno di quei voli che due volte la settimana collega alla capitale “sorella”, com’era chiamata una volta Pyongyang……..

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Aletti Gestielle Sgr – La linea d’ombra

Analisi a cura di: Pinuccia Parini Financial Communication and Advisory Manager Aletti Gestielle SGR S.p.A.  


Salgo su un Iliushin della Koryo Airlines; con noi ci sono passeggeri provenienti dalle più diverse parti del mondo: nigeriani, mediorientali, russi, slavi. Sembra di essere sul set di un film di James Bond, dove tutti guardano tutti con aria interrogativa. (…) Arrivati all’aeroporto di Pyongyan dopo una lunga coda, incontriamo i nostri “tutori”, in altre parole coloro che si occuperanno della nostra permanenza nel paese e che ci guideranno e accompagneranno in ogni nostro spostamento, con l’unica esclusione della stanza da letto. 

Siamo costretti a lasciare i nostri telefoni cellulari a delle guardie preposte; infilano il telefono in un sacchetto di tela colorata, con un biglietto da visita in cambio di una ricevuta che servirà per il ritiro al momento dell’uscita dal Paese. Saliamo su due autobus e ci dirigiamo verso la capitale. Il cielo è terso, blu e il contrasto con il grigio dei monumenti sembra essere ancora più forte. Si entra in una città dalle strade ampie, con tre corsie per senso di marcia e pochissime automobili che le percorrono. Ci sono i semafori, ma non funzionano. Al loro posto, solo in alcuni incroci, stazionano delle vigilesse che girano di 45° ogni 2-3 minuti per dirigere il traffico che non c’è. 

Non sono mai stata in un Paese a regime totalitario prima d’ora, ma Pyongyang è esattamente come me la aspettavo. Monumenti celebrativi del “Grande Leader”, piazze immense dove i bambini non giocano, dove la gente non s’incontra e dove nessuno ride. Tutto è terribilmente grigio, se non le effigi di Kim Il Sung e gli abiti delle spose che vanno a rendere omaggio alla sua statua il giorno del loro matrimonio. Ci sono piante e fiori, ma il tutto è talmente fagocitato dalla desolazione di ciò che li circonda, che sono come inghiottiti dal nulla. (…) I nostri “angeli custodi”, fatta eccezione per il personale dell’albergo e pochissimi altri, sono le uniche persone del luogo con cui ci è permesso avere un contatto. Sono in sostanza le nostre ombre.

Con loro visitiamo la città, ma dopo un po’ c’è poco altro da vedere. Oggi non si costruisce più a Pyongyang, mancano i fondi e anche gli aiuti provenienti dalla Cina non bastano.  (…) Le difficoltà economiche e finanziarie stanno mettendo a dura prova la classe dominante del Paese. Se le risorse si esauriscono, si restringono gli spazi per esercitare il proprio potere e, per assurdo, questo crea molto più disagio tra chi lo esercita rispetto a chi lo subisce.

La maggior parte della popolazione sembra, infatti, essere ancora dominata dalle immagini orwelliane del “Grande Leader” e dalla sua dottrina; la mancanza di un’informazione che non sia quella di regime rende il popolo ancora molto controllabile; e l’indottrinamento è, quindi, ancora efficace. Qualsiasi elemento negativo si riversi sul paese è sempre visto come causa di un evento esterno: dall’imperialismo americano alle catastrofi naturali. Gli attacchi che provengono dagli altri paesi sono considerati come i tentativi del corrotto mondo capitalistico di allungare la propria influenza verso nord, oltre il 38° parallelo.»

Le note sopra riportate sono relative ad viaggio di lavoro, di chi scrive, in Corea del Nord nell’ottobre del 2004 e pubblicate in una raccolta. Nei mesi successivi al rientro apparvero sui giornali articoli che indicavano possibili cambiamenti all’interno dell’apparato politico del Paese. Nel 2007 la Corea del Nord iniziò un riavvicinamento con la Corea del Sud, iniziando un processo di distensione che avrebbe dovuto portare ad una cooperazione economica e commerciale tra i due Stati. Vennero addirittura ripristinati i collegamenti ferroviari interrotti da oltre cinquant’anni.

Contestualmente, la Corea del Nord accettò che ispettori della AIEA visitassero gli impianti nucleari e si dichiarò pronta a discuterne un successivo smantellamento. Ma nel 2009 i rapporti con la comunità internazionale si deteriorarono nuovamente, dopo che Pyongynag lanciò un missile, la cui testata finì nell’oceano. Da allora la situazione precipitò velocemente e peggiorò con l’ascesa al potere di Kim-Jong-un.  Nipote del “Grande leader” fondatore della patria Kim-IIsung, venne scelto come successore del padre Kim-Jong-il. E’ difficile delinearne un profilo politico che vada oltre alle caratteristiche comuni ai dittatori: “schizoide, paranoide, narcisista, sadico e privo di empatia” (rif. studio di Fred Coolidge).

Si sa che è il figlio della terza moglie di Kim Jong, che è stato educato in Svizzera e che ha frequentato l’Università militare. Si conosce poco della vita personale se non che è sposato e ha una figlia, o così era sino al 2014 secondo quanto riportato dal cestista americano Dennis Rodman. Il basket, infatti, è una delle debolezze del dittatore coreano che, nel 2013, incontrò personalmente Rodman in visita a Pyongyang, mentre non riuscì a trovare spazio nella sua agenda, qualche tempo prima, per l’amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, in visita nel Paese. 

Negli ultimi mesi i rapporti tra la Corea del Nord e la Corea del Sud, il Giappone, gli Stati Uniti e anche la Cina si sono ulteriormente deteriorati. Pyongyang non si è fermata alle minacce verbali, ma ha proseguito con due lanci, nell’arco di solo tre settimane, di missili balistici, l’ultimo dei quali è caduto a circa 2.000 chilometri ad est del capo Arakura dell’isola di Hokkaido. In particolare si sono inaspriti i toni delle dichiarazioni tra il presidente Trump e Kim Jong-un, tanto da rendere lo scontro tra i due più simile ad una pantomima urlata, se è lecito l’ossimoro, che il preludio ad uno scontro militare.

Anche Pechino è preoccupata per l’atteggiamento della Corea del Nord e per l’innalzamento dei toni dello scontro con gli USA. Tra pochi giorni, il 18 ottobre, nella capitale cinese inizierà il XIX congresso del Partito comunista durante il quale sarà scelta la nuova leadership, redatta l’agenda politica per i prossimi cinque anni e dal quale, soprattutto, uscirà rafforzato il ruolo dell’attuale presidente Xi-Jinping, l’uomo più potente del Paese. Xi, insieme al primo ministro e altri cinque membri a lui vicini, formeranno il Comitato permanente del Politbureau, ovvero l’organismo di potere più importante del Paese.

In questo momento storicamente così importante, e anche molto delicato, ogni situazione che costringa la Cina a delle prese di posizione, risulta poco gradito agli uomini dell’apparato, soprattutto se queste riguardano una nazione come la Corea del Nord, con cui la Cina ha sempre avuto un rapporto privilegiato e per la quale ha ricoperto anche un ruolo da interlocutore e mediatore per buona parte della comunità internazionale.  Nonostante risulti molto improbabile la possibilità di un conflitto nucleare nella regione, che avrebbe come prima vittima chi lo brandisce come minaccia, esiste innegabilmente la necessità di abbassare i toni dello scontro.

Secondo Marcus Noland, studioso di politica internazionale, sia le sanzioni che gli incentivi economici si sono rivelati strumenti inefficaci per trattare con la Corea del Nord. Per quanto riguarda le sanzioni, la Corea del Nord è sottoposta sia a quelle delle Nazioni Unite sia a quelle bilaterali. Il 28 settembre, ad esempio, la Cina ha ordinato la chiusura di tutte le aziende nordcoreane sul suo territorio entro centoventi giorni a partire dall’annuncio.

 Tuttavia, le misure sino ad ora adottate per isolare la nazione non hanno fatto altro che rafforzare la cosiddetta “byungjin line”, cioè la politica di perseguire parallelamente uno sviluppo economico e un programma di armamento nucleare, che sono visti come percorsi complementari e non in conflitto l’uno con l’altro. Inoltre, secondo la dottrina “byungjin “, perseguire un processo di riforme economiche non implica necessariamente rivedere i rapporti con l’estero e ammorbidire le posizioni conflittuali.

Un ruolo chiave, invece, nell’affrontare la questione coreana potrebbe essere giocato dalla Corea del Sud, dove è stato eletto lo scorso maggio Moon Jae-in, leader del Partito democratico e figlio di rifugiati nordcoreani. L’ironia della sorte vuole che Moon, che era stato da giovane per qualche tempo in prigione per aver protestato contro il regime autoritario di Park Chung-hee (1962-1979), sia diventato presidente e al contempo la sua predecessora Park Guenhye, figlia di quest’ultimo, si trovi in carcere e in attesa di essere processata per corruzione, abuso di potere e fuga di notizie segrete.

Moon Jae-in iniziò sin da giovane ad interessarsi alla politica, sino a diventare una figura importante all’interno del partito democratico tanto da essere scelto come uno dei due consiglieri del presidente, Roh Moo-hyuan (2003-2009) che aveva nella sua agenda politica un riavvicinamento tra Corea del Nord e quella del Sud. Quest’ultimo aspetto è condiviso anche dall’attuale presidente che vorrebbe migliorare i rapporti tra i due Paesi, esercitando un ruolo che non sia subalterno ai voleri di Washington.

Moon Jae-in è stato eletto in una fase economica molto delicata della Corea del Sud in cui è messa in seria discussione il ruolo svolto dai “chaebol” (imprese conglomerate) che, negli anni ‘50 hanno permesso la ricostruzione e lo sviluppo industriale del Paese. Fu l’allora presidente Park Chung-hee a chiedere il loro aiuto. Ora questo ruolo viene messo in discussione e ritorna sui tavoli di confronto la necessità di una riforma di questi giganteschi conglomerati. L’economia coreana ha segnato un graduale rallentamento negli ultimi trimestri che ha colpito in particolar modo i giovani nella fascia tra i 15 e i 29 anni, dove si registra una disoccupazione sopra l’11%, tre volte più elevata del dato medio nazionale.

Il potere economico e pervasivo dei “chaebol” pone sempre più ai margini ed in difficoltà le piccole e medie imprese, impoverendo il tessuto imprenditoriale domestico e, di conseguenza, lo stesso mercato del lavoro. I giovani sono stati tra i maggiori sostenitori del presidente Moon Jae-in che si è impegnato a migliorare le loro prospettive economiche. Riformare il tessuto economico coreano in cui i conglomerati costituiscono la spina dorsale non è un compito semplice. Si stima, infatti, che il fatturato dei primi cinque “chaebol” sia quasi il 60% del Pil coreano e il loro peso è accresciuto a livello mondiale, dove hanno delocalizzato anche parte delle loro attività.

Gli stessi cinque gruppi (i.e. Samsung, Hyundai, Sk, LG e Lotte) pesano per oltre il 50% dell’indice azionario Kospi. La relazione molto stretta tra governo e le grandi famiglie imprenditrici ha sollevato spesso dei dubbi sul controllo del mercato. Da questo punto di vista, significativo è stato quanto è successo più di un mese fa quando a Lee Jae-yong, l’erede de facto del capo di Samsung, sono stati comminati cinque anni di carcere per aver corrotto la presidente Park Guen-hye. Ora toccherà a Moon Jae-in decidere come riformare l’economia coreana e quanto potere “concedere” ai grandi conglomerati.

C’è un malcontento generale tra la popolazione che è sfociato nelle proteste di piazza durante l’«impeachment» della presidente Park, cui è doveroso dare una risposta . Esiste inoltre la necessità di rivedere la struttura di controllo complessa dei “chaebol” al fine di renderne più trasparenti l’amministrazione, la gestione e la governance, a tutela degli azionisti di minoranza. Il presidente Moon ha intanto nominato un nuovo capo della Fair Trade Commission (FTC), Kim Sang-jo, che ha intimato i “chaebol” a farsi auto-promotori di riformare la propria struttura se non vogliono essere soggetti a imposizioni dall’alto.

Alcuni dei maggiori conglomerati hanno già dimostrato di raccogliere l’invito della FTC, altri probabilmente lo seguiranno. Contestualmente, però, è necessario che sia rafforzato l’intero tessuto economico della nazione con misure di sostegno alle PMI, che impiegano più dell’85% della popolazione in età di lavoro. L’economia, il lavoro e la lotta alla corruzione sono i temi che hanno animato la passata campagna presidenziale coreana.

Le sfide maggiori per Moon saranno quelle di rivitalizzare l’economia, creare nuovi posti di lavoro e occuparsi della sicurezza del Paese che, nel caso specifico, significa Corea del Nord e, per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, può essere l’unica figura in grado di aprire un canale di comunicazione con Pyongyang, così come fece il presidente di cui fu collaboratore, Roh Moohyuan. E’ vero che il contesto attuale è diverso e i protagonisti della scena sono cambiati, ma tentativi diplomatici alla ricerca di collaborazioni fattive potrebbero servire a stemperare una situazione di generale irrigidimento nella regione dove è già iniziato l’ aumento delle spese militari dalle Filippine, al Vietnam, dalla Cina al Giappone. 

Le fotografie recenti di Pyongyang mostrano una capitale che, dal punto di vista urbanistico, sembrerebbe essere migliorata nell’ultimo decennio. A chi scrive tra le diverse immagini scorse, incuriosisce una di un albergo, la cui forma architettonica ricorda la testata di un missile, che dopo tredici anni sembrerebbe essere stato completato. Si tratta dell’albergo Ryugyong i cui lavori di costruzione iniziarono nel 1987, furono interrotti agli inizi degli anni novanta per poi riprendere nel 2008. Nonostante l’aspetto esterno suggerisca altrimenti, sembra che l’opera non sia stata ancora finita. Rimane un dubbio: se anche fosse terminato, chi ospiterebbe?

 

Fonte: AdvisorWorld.it

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