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Benetti Carlo GAM BCE cina oro

GAM: Whatever it takes…until when?

GAM. A distanza di sette anni dal celebre “whatever it takes” Mario Draghi dimostra il suo pragmatismo confermando che l’Eurozona ha ancora bisogno del sostegno monetario della banca centrale…..

Carlo Benetti di GAM Italia SGR Spa


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 “Un italiano può essere il miglior tedesco” titolava l’Handelsblatt nel 2010.

L’editoriale del quotidiano finanziario tedesco era un esplicito endorsement alla candidatura di Mario Draghi alla guida della Banca Centrale Europea, preferito ad Alex Weber, il potente capo della Bundesbank.

Il compito del successore di Trichet non sarebbe stato facile, avrebbe dovuto riportare ordine finanziario in Eu­ropa, richiamare i governi al rigore nei conti pub­blici, alzare i tassi e ridurre la liquidità nel sistema.

GAM – Azioni problematiche che avrebbero generato ripercussioni politiche e tensioni tra i governi dell’Eurozona.

Alla fin fine, era la tesi dell’Ha­delsblatt, meglio che sia un italiano a dire “cose che nessuno ascolta volentieri, tantomeno se pro­vengono da un tedesco”.

Weber scontava anche una vicinanza troppo stretta al governo di Angela Merkel, un peccato capitale per un banchiere centrale, la sua indipendenza è come la moglie di Cesare, non deve essere neppure lambita dal sospetto.

GAM – Invece Weber sembrava cambiare idea spesso, sempre in favore di vento governativo.

Sulla Grecia era inizialmente favorevole alla linea dura e all’aiuto del Fondo Monetario, poi divenne possibilista, e ostile all’intervento di istituzioni extra europee, una volta compresa la volontà della Mer­kel a mantenere la gestione della crisi all’interno dell’Eurozona.

Weber, uomo dalla grande opinione di se stesso, si era dimostrato poco prudente nelle dichiarazioni pubbliche, un atteggiamento molto diverso da quelli del capo della Banca d’Italia, dal curriculum impeccabile, dalle indubbie capacità diplomatiche e, soprattutto, capace di autonomia dal governo italiano.

Sempre nel 2010 il Financial Times sottoli­neava come, al contrario di Weber, di Draghi “non ci sono errori conosciuti”.

Con le dimissioni dalla Bundesbank Weber uscì dalla corsa per la BCE, a quel punto il sostegno tedesco a Draghi era scontato, l’italiano aveva dalla sua Angela Mekel e l’influente ministro delle finanze Wolfgang Schauble.

GAM – La Bild regalò a Draghi un elmetto prussiano, un po’ come ricono­scimento di attitudini “tedesche”, un po’ come un segno che lo aiutasse a tenerle a mente.

In effetti le politiche di Draghi, già nel primo anno di mandato, non furono quelle immaginate dai tedeschi, la crisi del debito sovrano imponeva un cambio di passo, idee originali e misure non convenzionali.

Il 26 luglio 2012, sette anni fa esatti, in una con­ferenza a Londra Draghi promise che la banca centrale avrebbe fatto tutto il necessario per preservare l’integrità dell’unione monetaria, “within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro”.

Quindi, dopo una pausa a effetto, aggiunse “and believe me, it will be enough”, sarà sufficiente.

Le reazioni di stampa e pubblica opinione tedesche furono di ostile diffidenza, la banca centrale era finita nelle mani di “quelli del sud”, gente che non conosceva le regole della buona politica monetaria, gente che non avrebbe contrastato i paesi spendaccioni.

La Bild chiese indietro l’elmetto prussiano perché Draghi non si stava dimostrando sufficientemente tedesco e fu il tedesco Jens Weidmann a opporre una formidabile resisten­za all’interno del Board.

Ma Draghi aveva dalla sua l’appoggio politico di Angela Merkel, decisivo nei mesi successivi.

Senza il sostegno della potente Kanzlerin, Draghi non avrebbe potuto spingere al limite le possibilità operative della banca centrale riuscendo con successo a preservare l’integrità dell’Eurozona.

Merkel non aveva bisogno di dogmatismo ma di pragmatismo e Draghi si dimostrò un pragmatico mentre Alex Weber e Jens Weidmann erano dogmatici custodi dell’ortodossia monetaria.

GAM – Il pragmatismo di Draghi si rivelò utilissimo alla Merkel a un anno dalle elezioni federali che per lei significavano il terzo mandato.

La Cancelliera temeva il peggio e sapeva di non poter contare sulla leva dell’unione fiscale per impedire la rottura dell’unione monetaria.

L’unica leva era la politica monetaria e l’azione della banca centrale. A distanza di sette anni da quel 26 luglio, ricordiamo che dietro il pragmatismo monetario di Draghi c’era il pragmatismo politico di Angela Merkel.

GAM – Una nuova prova di pragmatismo Draghi l’ha offerta la scorsa settimana.

Nella conferenza stampa ha ammesso con un lin­guaggio insolitamente franco che dopo sette anni l’Eurozona ha ancora bisogno del supporto monetario della banca centrale.

Gli ultimi indici PMI dell’Eurozona hanno registrato una contra­zione del settore manifatturiero, guidata dalla Germania. Il dato tedesco di 46.4 è il peggiore degli ultimi sette anni.

Il rallenta­mento non sembra di breve durata, minato dalle prolungate tensioni commerciali, dalle minacce americane al settore auto, da una Brexit ancora tutta da scrivere.

I tassi resteranno quindi “agli attuali livelli o anche più bassi” almeno fino a metà dell’anno prossimo, le parole di Draghi han­no saldamente fissato in parete chiodi per le corde di chi verrà dopo di lui.

Allo stato delle cose, difficile pensare che Christine Lagarde vorrà aprire una “nuova via”.

Mercoledì sarà il momento-verità anche per la Federal Reserve.

Se non tagliasse di almeno 25 punti base “potrebbe venire citata per violazione del contratto” ha scritto un analista di Bloomberg.

Se il taglio è molto probabile, è certo il mantenimento di una stance accomodante, come tutti i banchieri centrali anche Powell preferisce rischiare di sbagliare per eccesso di compia­cenza che per eccesso di zelo, a dispetto della disoccupazione ai minimi storici e dell’inflazione vicina all’obiettivo.

Certo, il rallentamento dell’attività economica è più pronunciato in altre aree del mondo, ci sono gli effetti della guerra commerciale e, soprattutto, un presidente preoccupato di tenere su di giri l’eco­nomia nell’anno elettorale.

GAM – Le banche centrali “sono pronte a salvare l’economia globale?” si chiedeva il New York Times di pochi giorni fa.

E’ la domanda giusta da fare mentre si accumulano i segnali di rallentamento dell’economia e il debito comprime gli spazi di manovra delle politiche fiscali.

Gli strumenti a disposizione dei banchieri cen­trali sono spuntati, i tassi sono negativi in Europa e Giappone, ancora bassi negli Stati Uniti, i bilanci tirati.

Un fattore di rischio di cui tenere conto, unitamente alla debolezza delle politiche fiscali, frenate dal debito e da un diffuso sentiment politico che non favorisce la cooperazione.

Per quanto riguarda i mercati, le parole di Draghi e il probabile taglio della Fed sono salutate come l’avvio di un nuovo giro di misure accomodanti.

La festa continua ma le crepe sono sempre più evidenti, i prezzi di borsa slegati dai fondamentali, il debito crescente rende vulnerabile l’economia globale a un imprevedibile cambio di scenario.

Fonte: advisorWorld.it

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