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GAM: Storia di un sogno

GAM. Nell’esperienza industriale dell’Olivetti di Camillo e Adriano, la traccia modernissima di un sentiero di crescita sostenibile, di relazioni industriali non conflittuali….

Carlo Benetti di GAM Italia SGR Spa


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“Fa’ quello che ti pare, ma non licenziare nessuno perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che possa capitare ad un essere umano”.

Con queste parole Camillo Olivetti passava le consegne della guida dell’azienda al figlio Adriano.

Fino all’ultimo il vecchio Camillo conservò la passione socialista, quella che lo aveva spinto, il giorno del suo fidanzamento con la futura moglie Luisa Revel, a salutare tutti e prendere il treno per Milano, la gente aveva cominciato a scendere in piazza e protestava per il costo del pane.

Il giovane ingegnere pensava che quei moti sarebbero stati l’inizio della rivoluzione e non voleva mancare l’appuntamento con la Storia.

Ma la rivoluzione non ci fu. Le proteste milanesi del maggio 1898 furono brutalmente stroncate dall’esercito agli ordini del generale Bava Beccaris.

“Il risultato furono 500 ammazzati e migliaia di anni di galera distribuiti, quella volta io la scampai bella!” scriverà anni dopo Camillo alla moglie.

Il giovane Olivetti era “stimato per il suo carattere dolce, per la sua buona educazione e per la sua intelligenza”, così rispondeva il Sottoprefetto di Ivrea a una lettera scritta dallo stesso Bava Beccaris, forse stupito che tra gli arrestati, mescolato con la moltitudine di persone semplici, ci fosse un giovane borghese, per giunta con il titolo di ingegnere.

La storia imprenditoriale di Camillo Olivetti e della sua fabbrica è la storia di un modello di relazioni industriali innovativo, oggi ne parleremmo come di una start up tecnologica di successo,  un modello paradigmatico destinato a restare nel tempo.

La fabbrica “dai mattoni rossi” di Ivrea era un ambiente accogliente, con ampi finestroni dai quali “si potevano vedere i boschi” come recita Laura Curino nel monologo teatrale “Olivetti, alle radici di un sogno” dedicato alla figura del fondatore visto dalla prospettiva di due protagoniste silenziose, la madre e la moglie.

Camillo morì nel 1943 a Biella, dove per le sue origini ebraiche era stato costretto a riparare a seguito dell’armistizio dell’8 settembre.

Al funerale la folla era imponente: in moltissimi avevano affrontato il freddo di dicembre e il pericolo della milizia fascista pur di portare l’ultimo omaggio all’uomo che conosceva per nome i suoi operai.

Il clima e lo stile di relazioni aziendali voluto da Camillo non cambiò sotto la guida di Adriano.

L’Olivetti era una fabbrica dove i figli dei dipendenti potevano raggiungere il padre o la madre in fabbrica e mangiare con loro a mensa, La biblioteca aziendale era a disposizione di tutti anche durante l’orario di lavoro, e alla sera ospitava incontri di approfondimento culturale con personalità di primo piano.

“Quella sera c’era Gaetano Salvemini” racconta un dirigente di quegli anni, “il tema era la ricostruzione del Paese e della democrazia. Dopo un breve intervento dell’ospite iniziava la discussione che durava sino a tardi.

Parlava Adriano Olivetti e parlavano gli operai, mi sorprese l’estrema libertà con cui tutti interloquivano.

Molti avevano fatto solo le elementari, però erano persone intelligenti e lo si capiva dalle cose interessanti che dicevano. Adriano parlava come se fosse uno dei tanti, lo interrompevano anche”.

Il lascito morale di Camillo e di Adriano sembra anacronistico, l’esortazione che il fondatore rivolgeva al figlio “la luce della verità risplende soltanto nelle azioni, non nelle parole” ha sapore di antico, di altra epoca, di gente di altra schiatta.

La lezione di quella fabbrica, superamento del modello taylorista e centralità della persona, è invece tremendamente moderna, traccia di un sentiero percorribile di relazioni industriali non conflittuali, di prodotti di qualità, di design, di cultura, di economie aperte e libero scambio.

Nel successo della fabbrica dalle cui finestre “si vedevano i boschi”, si può riconoscere il sentiero di un diverso modello di sviluppo, di un possibile cambio di paradigma.

Il sociologo Mauro Magatti scrive che se vogliamo tenere assieme crescita, benessere e migliori equilibri sociali dobbiamo affrettarci a cambiare regole e prospettive.

Il modello Olivetti non avrebbe prodotto i forgotten man o i gilet jaunes, moltitudini di persone impoverite e disilluse che stanno modificando la grammatica della politica.

Il modello della vecchia Olivetti è straordinariamente moderno nell’indicazione della sostenibilità possibile.

Per Magatti “solo la combinazione tra sostenibilità e logica contributiva può permettere di ricostruire su basi nuove il rapporto tra economia e società”.

Stefano Zamagni richiama l’esperienza della fabbrica dai mattoni rossi di Ivrea quando scrive dell’impresa civile, nella quale i beni della produzione sono altrettanto importanti dei beni relazionali.

Secondo l’economista americano Richard Easterlin, i beni relazionali contribuiscono all’aumento della felicità più dell’incremento del reddito.

Zamagni utilizza l’apologo del cammelliere per far comprendere la ricchezza dell’economia relazionale.

Un ricco cammelliere così dispose della sua eredità: la metà dei suoi undici cammelli sarebbe andata al figlio maggiore, un quarto sarebbe toccato al secondo figlio e un sesto al terzo.

Alla divisione però i fratelli cominciarono a litigare, era impossibile rispettare la volontà del padre e riconoscere a ciascuno la sua parte, a uno la metà, a uno un quarto e al terzo un sesto di undici cammelli.

Passava di lì un altro cammelliere che, messo a parte del problema, donò un cammello ai tre fratelli.

Con dodici cammelli i tre riuscirono ad accordarsi: sei cammelli al figlio maggiore (la metà), tre cammelli al secondo (un quarto), due cammelli al più giovane (un sesto).

Ma la somma dei cammelli, sei, tre e due, è undici!

I fratelli litigiosi si spartirono in giustizia ed equità gli undici cammelli, restituirono al cammelliere generoso il cammello regalato, riconoscenti per il dono che aveva riportato tra loro l’armonia.

L’apologo introduce un ragionamento sull’economia “a servizio dei bisogni e dei diritti”, il dono del dodicesimo cammello è il paradigma della leva etica che contribuisce a ricomporre ciò che sembra non componibile (vedi anche L’Alpha e il Beta del 22.8.2016.)

Nel discorso di Natale pronunciato davanti ai dipendenti a Ivrea il 24 dicembre 1955, così si esprimeva Adriano Olivetti “siete voi lavoratori delle fabbriche e dei campi, ingegneri e architetti che, dando vita al mondo moderno, al mondo del lavoro e dell’uomo, plasmate nella viva realtà gli ideali che ognuno porta nel cuore: armonia, ordine, bellezza, pace”.

Tre anni dopo, nella medesima occasione degli auguri natalizi, Adriano scriveva che “… pur operando in un ambito, quello dell’industria moderna, che ha le sue regole e i suoi limiti precisi, noi ci siamo sforzati di superare l’angustia dei puri interessi pratici, con una attenzione costante rivolta a salvaguardare la libertà e la dignità dell’uomo, prezioso e inalienabile bene di ognuno”.

La persona era al centro delle prassi aziendali nell’Olivetti di Camillo e di Adriano, è al centro dell’impresa civile di cui scrivono Stefano Zamagni, Luigino Bruni, Leonardo Becchetti, dovrebbe essere al centro sempre, se si hanno a cuore i beni della relazione e il valore della crescita sostenibile.

Auguri di Buon Natale a tutte e a tutti, ci rivediamo a gennaio.

Fonte: advisorWorld.it

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