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GAM: La montagna magica

GAM. Segnali di pessimismo dal World Economic Forum a Davos, la crescita globale rallenta in contesto di aumento delle fonti di incertezza politica, ma le previsioni del WEF degli ultimi anni sembrano fatte…..

Carlo Benetti di GAM Italia SGR Spa


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guardando nello specchietto retrovisore

Il giovane ingegnere Hans Castorp era salito all’elegante albergo sanatorio a Davos per visitare un cugino malato; avrebbe dovuto fermarsi poche settimane, vi rimase sette anni.

Sette ininterrotti anni, senza tornare a casa neppure una sola volta, senza contatti con il mondo reale se non attraverso una scarna corrispondenza epistolare.

Castorp è il protagonista del romanzo La montagna incantata, uno dei tre o quattro capolavori letterari della prima metà del Novecento, se la gioca con l’Ulisse di Joyce, la Recherche di Proust e L’uomo senza qualità di Musil.

L’idea di scrivere il romanzo venne a Thomas Mann nel 1912, quando accompagnò la moglie Katia a Davos per un lungo soggiorno di cura ai suoi malanni polmonari

Il romanzo breve al quale pensava Mann si trasformò in un libro imponente per il quale “i sette giorni della settimana non saranno sufficienti e nemmeno sette mesi”.

La montagna incantata, che andrebbe correttamente titolato La montagna magica, dall’originale Der Zauberberg, è un monumentale affresco della decadente società europea dei primi anni del Novecento, non a caso raffigurata in un gruppo di pazienti affetti da tubercolosi e privi di contatti con il mondo reale.

Il traduttore dell’edizione italiana del 1965 Ervino Pocar non ha dubbi, il romanzo di Thomas Mann è “il più grandioso che sia stato scritto nella prima metà del secolo”.

Mentre in Europa si alimentava il fuoco delle tensioni che avrebbero portato alla Grande Guerra, nell’aria leggera del sanatorio vivevano, discutevano, amavano, figure evanescenti di una società ricca e cosmopolita che da lì a breve sarebbe stata inghiottita dallo stesso inferno che avrebbe divorato milioni di poveracci.

Dopo più di cento anni, la promenade di Davos è molto cambiata, le palazzine liberty sono sparite, i grandi alberghi hanno perso la vocazione curativa, non ci sono dame in gonna lunga bianca e gentiluomini in gilet e giacca che soggiornano mesi o anni per motivi di cura.

Se capita di incontrare qualche giovanotto con barba sontuosa e pantaloni con risvolto, è quasi certamente un hipster a Davos per turismo o per qualche convegno.

Come quello della settimana scorsa, di tutti il più importante e solenne, che raccoglie a Davos i potenti della terra nell’annuale pellegrinaggio per la celebrazione del World Economic Forum.

Curiosamente, da un po’ di anni la platea dei partecipanti sembra assomigliare sempre di più alla piccola comunità segregata nel lussuoso albergo sanatorio, avvezza “all’abitudine di non abituarsi”, ignara e tutto sommato indifferente a cosa stesse accadendo “giù al piano”.

L’edizione 2019 sembra sia stata sferzata dallo stesso vento gelido che costringeva i pazienti del Berghof a starsene ben chiusi all’interno del sanatorio.

“Non era più una nevicata, era una bianca tenebra caotica, uno scompiglio, era l’eccesso fenomenico d’una regione travalicante le zone moderate, dove soltanto il fringuello nivale, che improvvisamente compariva a stormi, poteva sentirsi a casa propria”.

Più di vent’anni fa Samuel Huntington elaborò l’idea della “civiltà di Davos” abitata dall’Uomo di Davos, una figura antropologica i cui tratti caratteristici sono l’istruzione elevata, la padronanza dell’inglese, il lavoro presso enti governativi, grandi gruppi industriali o finanziari, università.

L’Uomo di Davos “viaggia con frequenza fuori dal proprio paese, crede nell’individualismo, nell’economia di mercato, negli strumenti della democrazia, nel globalismo” scrive Huntington nel suo The Clash of Civilization.

La scorsa settimana a Davos si è parlato di Globalizzazione 4.0 (ammetto di essermi perso la versione 3.0) ma l’enfasi sulle virtù del mercato e della rivoluzione digitale fa perdere di vista gli effetti che questi fenomeni hanno sul lavoro e sulle fasce più deboli della popolazione.

Le disuguaglianze sono aumentate e il divario tra la “civiltà di Davos” e il resto del mondo è sempre più pronunciato, certezze ritenute immutabili sono state scardinate, i forgotten men sono diventati maggioranza.

“Quante volte Castorp aveva chiacchierato con la buon’anima di Joachim a proposito della grande confusione che mescolava e metteva sottosopra le stagioni, annullava la regolare suddivisione dell’anno e lo rendeva noiosamente dilettevole o dilettevolmente noioso”.

La confusione di cui Castorp parlava con i compagni del sanatorio, l’italiano Settembrini, intellettuale, illuminista, massone, carducciano, e il gesuita di origine ebraica Naphta, hegeliano, marxista, “disperato ragionatore”, è la cifra del nostro tempo.

Ne hanno parlato anche gli esperti del World Economic Forum che hanno messo in guardia dalle conseguenze sull’economia globale delle tensioni politiche, guerra commerciale e Brexit sopra tutte.

Il 1° marzo è il termine stabilito dall’amministrazione americana per il nuovo accordo con la Cina, in mancanza del quale minaccia di portare dal 10% al 25% le tariffe su circa duecento miliardi di dollari di merci cinesi.

Il 29 marzo è invece il giorno previsto per la storica uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Su entrambe le sponde della Manica sono tutti d’accordo nel ritenere l’esito del “no deal” dannoso per chiunque, le conseguenze sono ben presenti ai rappresentanti della “civiltà di Davos” che hanno fatto i rituali appelli alla ragionevolezza.

La convinzione diffusa è che, alla fine, la ragione prevarrà, all’ultimo momento le scelte più dannose saranno scansate.

Ma l’Uomo di Davos non sembra tener conto del fatto che è sempre più ampio il divario tra ciò che è razionale a Davos e ciò che invece è ragionevole per la maggioranza degli elettori.

Gideon Rachman avverte sul FT che “il divario tra le aspettative di Davos e la realtà politica del mondo reale dovrebbe suonare come un avvertimento”, mancano poche settimane alle scadenze dei due dossier più caldi, le possibilità che entrambi i negoziati si concludano con un “no deal” sono ridotte, ma forse più alte di quanto stimino i mercati e le pubbliche opinioni.

“La hybris della ragione contro le potenze delle tenebre è somma umanità, e se provoca la vendetta di invidiosi facendo, per esempio, naufragare e colare a picco l’arca lussuosa, la fine è onorevole.

Anche il gesto di Prometeo fu hybris, e i suoi patimenti sulla roccia scitica li consideriamo un santo martirio” dice a Castorp il colto Settembrini. Lasciamo la hybris, la superbia che irrita gli dei, a Settembrini e alle sue dotte disquisizioni e teniamoci la ragione, restiamo fedeli al principio della realtà.

Il Fondo Monetario abbassa le stime di crescita a 3,5% per il 2019 e 3,6% per il 2020, la frenata è dovuta soprattutto alle economie avanzate, Europa e Giappone su tutte, la cui attività scende da 2,3% nel 2018 a 2% nel 2019, 1,7% nel 2020.

Le conclusioni del WFE che mettono in guardia dalle conseguenze di scelte politiche avventate sono più o meno le stesse del Fondo Monetario che avverte come l’impatto potrebbe essere anche peggiore, dipende da come andranno i negoziati sulle tariffe tra Stati Uniti e Cina.

In un contesto globale in rallentamento, le tensioni politiche amplificano la loro influenza, un peggioramento dello scenario porterebbe al repricing delle valutazioni del listino americano.

In ogni caso il Forum di Davos non ha una solida reputazione in fatto di previsioni.

Lo scorso anno l’entusiasmo per la crescita globale e il taglio delle tasse dell’amministrazione Trump non faceva vedere le minacce protezioniste, l’edizione dell’anno prima si svolse sotto il segno del pessimismo e il 2017 fu, per i mercati finanziari, uno dei migliori del decennio.

Se guardiamo ai precedenti, il nervosismo emerso la settimana scorsa autorizza a guardare al 2019 con un atteggiamento fiducioso.

Riprenderemo il filo la settimana prossima, tornando a ragionare sui mercati e sulle grandezze economiche.

Ora salutiamo Hans Castorp, che tornò a casa dopo sette anni di volontario isolamento, e si accorse che nel frattempo era precipitato tutto, gli eserciti erano già intrappolati nelle trincee.

L’ultima scena della Montagna incantata mostra Hans che marcia nel fango, “si rialza, prosegue barcollando, zoppiconi, coi piedi pesanti di terra, cantando incosciente … e così, nel trambusto, nella pioggia, nel crepuscolo, lo perdiamo di vista”.

Con l’esperienza tragica della guerra Castorp trova finalmente un senso alla sua esistenza, non per un torbido gusto autodistruttivo ma perché vuole essere parte attiva del grande cambiamento che rovesciava l’ordine che conosceva e che aveva rifiutato.

Castorp è l’effigie dell’umanità irrequieta e sempre alla ricerca di senso, che anche quando sembra a portata di mano sfugge e si confonde nelle tempeste di neve della montagna magica

Fonte: advisorWorld.it

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