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Benetti Carlo GAM

GAM: La leggenda della rosa di Natale

GAM. Nella notte di Natale, una foresta fredda e piena di neve si trasforma in un luminoso giardino. E’ la storia fiabesca di un prodigio, di un brigante e di un mite monaco.

Carlo Benetti Market Specialist di GAM (Italia) SGR


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In filigrana è però una bella storia che racconta il valore della fiducia

“Non c’è niente di più bello che starsene lì sdraiati con un bel libro avuto in regalo, un libro nuovo che non si è ancora mai visto e che nessun altro in casa conosce, e sapere che si può leggere pagina dopo pagina finché si riesce a stare svegli. Ma come si fa la Notte di Natale, se non si sono ricevuti libri”.

Difficile non provare simpatia per le parole di Selma Lagerlöf, scrittrice svedese che in questo brano ricorda le notti di Natale della sua infanzia, quando ai bambini veniva permesso leggere fino a quando fossero riusciti a stare svegli. Una volta cresciuta, Selma avrebbe scritto storie di foreste incantate e di leggende tramandate al fuoco di un camino, storie che avrebbero tenuto svegli grandi e piccini. Uno di questi racconti è la Leggenda della rosa di Natale.

Tutti gli anni, nella notte di Natale, nella foresta di Göinge accadeva uno straordinario prodigio, il buio e la neve si ritiravano, al loro posto germogliava un giardino, caldo e luminoso, rigoglioso di fiori e frutti, che poi spariva al dilucolo.

L’abate Hans, appassionato botanico, desiderava fortissimamente assistere al prodigio di cui era venuto a conoscenza parlando con la moglie del brigante che viveva nella foresta.

L’abate credette al racconto della donna, si fidò della garanzia di incolumità che quella gli diede e, nella vigilia di Natale, la seguì nella foresta accompagnato da un giovane monaco pieno di paura. Quando conobbe il brigante, l’abate provò simpatia per lui e gli disse “è mia intenzione farti avere una lettera d’assoluzione dal vescovo”.

“Sì, sì” rispose ridendo il brigante “se avrò il perdono del vescovo ti prometto che non ruberò più nemmeno un’oca”.

Intanto, dal paese lontano, arrivava flebile il suono delle campane, mezzanotte era ormai vicina e il gruppetto si addentrò ancor più nella profondità della foresta buia e innevata.

“Come potranno questi deboli rintocchi risvegliare la foresta morta?” si chiedeva l’abate Hans. Dopo pochi minuti, un leggero chiarore si diffuse tra i rami, la neve era sparita “come se qualcuno avesse tolto un tappeto”, il muschio, le felci, l’erica sulle rocce cominciarono a crescere, a torcersi, ad allungarsi, sui rami spuntavano foglie verdissime, ovunque si riconoscevano fiori primaverili. Una nuova ondata di luce portò mirtilli rossi e neri, “anatre selvatiche e gru riempirono l’aria con le loro grida acute, i piccoli degli scoiattoli giocavano sui rami più alti”.

L’abate Hans era pieno di meraviglia per lo spettacolo che stava avvenendo davanti ai suoi occhi, voleva cogliere un fiore per portarlo al vescovo ma non riusciva a decidersi, ogni volta che ne adocchiava uno, un altro ancora più bello gli spuntava accanto: una visione estatica per l’esperto orticultore, “tutta la vita e la bellezza e la gioia dell’estate gli sorridevano … si sentì avvolto da un’aria ultraterrena”. Mentre l’abate gioiva alla vista del prodigio, il giovane monaco accanto a lui restava pieno di dubbi e di paure, quello spettacolo non poteva che essere opera di stregoneria, pensava, un artificio mandato dal demonio. E appena un uccellino si posò sulla sua spalla lo cacciò con malagrazia gridando “tornatene all’inferno da dove vieni”.

Fu un attimo, la violenza di quelle parole troncò il canto degli angeli che si erano avvicinati all’abate Hans e che fuggirono immediatamente, addolorati dal freddo cuore del giovane.

Con gli angeli se ne andarono la luce e il calore, le piante rinsecchirono, i fiori appassirono, la notte e il freddo si impadronirono nuovamente della foresta. In quel momento l’abate Hans si ricordò del fiore promesso al vescovo, “si chinò per frugare nel muschio e tra le foglie, con l’ansia e la speranza di trovarne ancora uno, ma le sue dita sentirono solo la neve che ritornava a coprire di bianco la terra”.

Più tardi, quando la famiglia del brigante e il giovane frate furono nuovamente al riparo, si accorsero che l’abate Hans non era con loro, tornati indietro a cercarlo lo trovarono disteso sulla neve, morto.

Il giorno dopo, al convento, i monaci che vegliavano la salma del loro confratello si accorsero che c’era qualcosa stretto nel pugno del vecchio abate, una manciata di piccoli tuberi bianchi strappati alla terra. Il giovane frate, consapevole di essere stato lui con la sua diffidenza a uccidere l’abate, contrito piantò e accudì quei tuberi. Ma nei mesi successivi, nella primavera e nell’estate, quelli si rifiutarono di fiorire. La vigilia di Natale, il giovane uscì in giardino perché “sentiva bruciare di più nell’anima il ricordo dell’abate Hans … e passando accanto al luogo dove aveva interrato i tuberi nudi, vide che erano cresciuti dei rigogliosi gambi verdi con in cima dei bellissimi fiori con foglie bianche e argentate”. Corse a chiamare gli altri monaci e tutti compresero che l’abate aveva davvero raccolto quei tuberi nel giardino di Natale della foresta di Göinge.

Il frate giardiniere portò alcuni di quei fiori prodigiosi al vescovo che “al vedere quei fiori nati dalla terra nel gelido inverno impallidì come di fronte a un morto”. Dopo una lungo silenzio disse “l’abate Hans ha mantenuto la sua promessa, io manterrò la mia” e preparò la lettera di perdono per il brigante.

Quando vide i monaci che si avvicinavano, il brigante gridò “vi ammazzo tutti! Per colpa vostra quest’anno la foresta di Göinge non è diventata il giardino di Natale”.

“E’ solo colpa mia” rispose il giovane monaco “e accetterei di morire per espiarla ma prima vi devo consegnare questo messaggio da parte dell’abate Hans”; porgendogli la lettera del vescovo disse “d’ora in poi tu e i tuoi figli potrete celebrare il Natale in mezzo agli altri uomini, come era desiderio dell’abate”.

Il brigante rimase senza parole, fu la moglie a rispondere, “l’abate Hans ha tenuto fede alla sua promessa, il brigante terrà fede alla sua”.

Da quella notte “la foresta non ha mai più celebrato la nascita del Salvatore, di quello splendore miracoloso non è rimasta che la pianta raccolta dall’abate Hans; le è stato dato nome di ‘Rosa di Natale’ e ogni anno a fine dicembre fa spuntare dalla terra i suoi steli verdi e i suoi fiori banchi, come non potesse dimenticare di essere un tempo fiorita nel grande giardino di Natale di Göinge”, conclude il racconto Selma Lagerlöf, prima donna a vincere il premio Nobel nel 1909.

E’ una storia di Natale ma è soprattutto una storia di fiducia: l’abate Hans si fida della moglie del brigante e la segue nella foresta senza paura, il vescovo si fida del brigante e lo perdona e il brigante, a sua volta, si impegna a onorare quella fiducia, “a non rubare più neppure un’oca”.

E’ anche una storia di sfiducia, quella che alberga nel cuore del giovane monaco e proprio la mancanza di fiducia sarà causa di rovina.

Racconta storie di fiducia, e di sfiducia, anche il VI Rapporto Consob sul risparmio degli italiani. Nel corso del 2020 è aumentata la propensione ad affidarsi a un esperto ma l’ostacolo principale è la sfiducia nel sistema finanziario.

Va detto che la poca fiducia nelle banche e nel sistema finanziario viene da lontano, le sue radici affondano nel XVII secolo, quando nacque il sistema finanziario moderno. Nella seconda metà del Seicento vennero istituite le prime banche centrali, regolati i rapporti con le banche commerciali, perfezionate le tecniche del credito. In Gran Bretagna e in Olanda il sistema bancario procedette di pari passo con il costituzionalismo, dopo le dolorose esperienze dei Bardi e dei Peruzzi con la corona inglese, il primato della legge ispirava maggiore fiducia nei rapporti economici, soprattutto in coloro che prestavano il denaro.

Ma la rivoluzione finanziaria del XVII secolo scontava secoli di condanna morale e di stigma sociale: il prestare a interesse o, meglio, il guadagno realizzato con “traffico” di denaro e non con il lavoro, era considerata pratica contro natura, vietata o mal tollerata dalla chiesa cattolica e dalla società medievale. Dante, figlio del suo tempo, non ha dubbi e mette i prestatori di denaro nel VII cerchio dell’Inferno.

Alle eco latenti della fiducia storica si aggiunge la sfiducia consapevole, quella dell’esperienza bruciante di un’operazione andata storta, del trattamento avuto da una certa banca o da una certa persona, la memoria di risultati negativi per le ragioni più diverse.

Eppure la fiducia è al centro delle relazioni economiche che sono, prima di tutto, relazioni tra persone, è il lievito che fa crescere rapporti durevoli, il campo magnetico attraverso il quale passa l’intesa tra l’investitore e il suo consulente.

Non è una sorpresa che delle 3.274 famiglie intervistate nel Rapporto Consob (o meglio, spiegano le curatrici, i decisori finanziari delle famiglie) il 77% si dichiari avverso al rischio e il 60% avverso alle perdite. E’ invece motivo di riflessione che il 50% degli intervistati dichiari di non aver fiducia nel sistema finanziario e che ci sia invece un eccesso di fiducia nelle proprie abilità. L’over-confidence è “più frequente tra gli intervistati che prendono le proprie decisioni senza consultarsi con gli altri membri della famiglia”, nonostante emerga che solo il 27% abbia chiaro il concetto di diversificazione.

In un’altra serie di domande, il 20% si dichiara interessato alle cripto-valute e il 33% al trading online, attività che consentono “guadagni veloci, bassi costi, possibilità di diversificare, possibilità di decidere in autonomia”.

Conquistare e meritare la fiducia dei risparmiatori è la cipolla che salverà l’anima dell’industria del risparmio gestito, proprio come fu una cipolla a salvare una vecchia malvagia nel racconto di Dostoevskij. Un’anziana donna era morta senza aver mai compiuto in vita una buona azione ma il suo angelo custode si ricordò di quando donò a un mendicante una cipolletta trovata nell’orto. Quell’unica buona azione, quella cipolletta, salvò la vecchia cattiva dalla dannazione.

Una delle tante faglie da colmare nel prossimo futuro sarà convincere quel 50% di sfiduciati che la prossimità di un consulente di fiducia è un fattore che da valore al portafoglio, perché si potrà fare a meno delle banche, come diceva Steve Jobs, ma non si potrà fare a meno dei banker, perché alla base di tutto ci sono le relazioni tra persone, relazioni di fiducia.

Buon Natale e Buone Feste, L’Alpha e il Beta torna a gennaio.

Fonte: AdvisorWorld.it

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