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GAM: Il Pensiero Laterale

GAM. Per il risparmiatore non è difficile esercitarsi al pensiero laterale, gli basterebbe integrare il pensiero tradizionale con lo speciale “lateral thinking” della gestione del risparmio, ovvero il “long-term thinking”…..

Carlo Benetti di GAM Italia SGR Spa


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Il modo di pensare che impariamo a scuola, quello più familiare, è analitico, sequenziale. Siamo abituati sin da piccoli ad affrontare i problemi cercandone la soluzione all’interno di un insieme di regole.

E’ un modo di pensare che definiamo verticale perché va nella profondità delle questioni e le incastona in un contesto di razionalità.

Un approccio al sapere, e alla vita, che però Edward De Bono, psicologo e filosofo, definisce “efficace ma incompleto”, il pensiero verticale va aiutato e integrato con il pensiero creativo.

De Bono è l’ideatore del pensiero laterale, processo mentale che utilizza in modo creativo tutte le informazioni disponibili.

L’approccio ai problemi del pensiero laterale comincia il più delle volte con la domanda “come sarebbe se …?”, una specie di stretching mentale che costringe a guardare meglio negli angoli delle soluzioni periferiche, originali, alle quali non si pensa immediatamente, o che addirittura il pensiero convenzionale scarterebbe.

Come dice lo stesso De Bono, nel pensiero verticale ciò che importa è la precisione, nel pensiero laterale ciò che conta è la varietà; il pensiero verticale sceglie un percorso e ne scarta altri, il pensiero laterale non seleziona, si apre ad altri possibili percorsi mentali.

Qualche esempio pratico fa giustizia di tante parole.

In un meeting, il management di una società di prodotti di consumo deve decidere come aumentare le vendite del sapone da doccia.

Qualcuno propone di applicare sconti, qualcun altro di ingrandire la confezione a parità di prezzo. Ma qualcuno se ne esce con l’intuizione laterale, “facciamo un buco più grande”.

Una genialata, il buco più grande fa consumare il prodotto in minor tempo, la sostituzione è più frequente.

Un altro esempio di pensiero laterale: per facilitare la rotazione delle auto in sosta breve nel centro città, un’amministrazione comunale obbliga gli automobilisti a sostare tenendo accesi i fari dell’auto, un sistema decisamente più efficace del parchimetro.

A differenza dei manager alle prese con il sapone da doccia, il risparmiatore è più fortunato, non deve fare troppo stretching mentale per trovare nel pensiero laterale soluzioni innovative.

All’investitore è sufficiente, e sarebbe già molto, integrare il pensiero tradizionale con uno specialissimo “lateral thinking” che, quando si tratta di risparmio, altro non è che “long-term thinking”, concetto che si può tradurre in ”capacità di visione”.

Campioni del long-term thinking sono certamente Steve Jobs e Elon Musk, imprenditori visionari che hanno vinto spostando in avanti nel tempo la competizione.

Nell’attimo fuggente, il professor Keating esorta i ragazzi a pensare in modo creativo, a esercitarsi a guardare alla realtà con punti di vista diversi, anche salendo in piedi sul banco.

Se il risparmiatore restasse seduto al banco, continuerebbe a vedere la borsa tedesca come la peggiore in Europa nel 2018, e potrebbe pensare che non  vale la pena correre il rischio azionario.

Ma se salisse in piedi sul banco, come i ragazzi del film, si accorgerebbe che la peggior borsa europea del 2018 è la stessa borsa che ha realizzato il miglior risultato del decennio.

Come il “lateral thinking”, anche il “long-term thinking” richiede esercizio, applicazione, fedeltà al metodo.

Non è semplice né scontato valutare un anno come il 2018 con un’indifferente alzata di spalle.

Il disappunto, l’amarezza, sono emozioni naturali e comprensibili, ma è in anni così particolari che la fedeltà al metodo e la capacità di ragionare nel lungo termine, l’unico orizzonte di tempo nel quale si dispiega la pianificazione finanziaria, diventano indispensabili.

Ora mettiamo insieme un po’ di fatti e poi osserviamoli stando in piedi sul banco.

Nelle ultime settimane, L’Alpha e il Beta lo ha ricordato spesso, i rischi politici sono tornati con forme diverse a esercitare la loro influenza sui mercati: le guerre tariffarie e le loro ricadute sulle catene globali del valore, i fragili equilibri in Europa dove Brexit si intreccia con le elezioni e il rallentamento economico, i focolai di tensione in Corea del Nord, Siria e Iran, Nord Africa che insidiano gli stessi rapporti diplomatici tra paesi storicamente vicini.

La politica monetaria resta ancora decisiva dopo dieci anni, quando le banche centrali smisero di fare un “lavoro noioso”, come dice Mervyn King, e presero saldamente il volante dell’economia globale.

Il cambio del registro comunicativo della Federal Reserve è stato salutato con entusiasmo, le condizioni del mercato del lavoro sono tirate, le valutazioni azionarie elevate ma, d’altro canto, i segnali dal mercato immobiliare sono negativi.

Dall’inizio della crisi i prezzi delle case hanno continuato a diminuire fino al 2012, poi la crescente occupazione e i tassi ai minimi storici hanno favorito la ripresa ma nel 2018 anche il mercato immobiliare, come tutto il resto, ha invertito la direzione e l’indice Dow Jones delle costruzioni è sceso di oltre il 30% dai massimi.

Poi ci sono i rischi di recessione. Naturalmente rallentamento non è sinonimo di recessione (lasciamo da parte l’Italia dove il rischio politico assume singolari contorni), altro è descrivere una nuova fase del ciclo, quella che appunto segue i massimi, altro è decretarne la fine.

Quando i rendimenti a lungo termine sono prossimi o addirittura inferiori a quelli a breve, il mercato sta segnalando qualcosa, meglio stare all’erta ma la curva dei rendimenti non è l’unico elemento da tenere d’occhio per individuare il momento di inversione del ciclo economico.

Gli indici ISM, manifatturiero e dei servizi, sono alti. I cicli si esauriscono per qualche intervento esterno, ad esempio un inasprimento della politica monetaria.

Portava in questa direzione il rigore dei commenti di Powell in fine anno, orientati soprattutto all’inflazione, prestamente stemperati in gennaio.

Powell è ben consapevole, lo aveva anticipato nel suo intervento a Jackson Hole, che un mercato finanziario debole può a sua volta indebolire il ciclo economico, probabilmente questa consapevolezza lo ha indotto al cambio di registro.

Negli ultimi settant’anni, il sessanta per cento delle maggiori correzioni della borsa americana non ha preceduto una recessione.

Atteniamoci ai dati, è ragionevole attendersi il rallentamento della crescita globale ma non tale da far mancare il supporto agli utili aziendali, sia pure in misura inferiore a quella dello scorso anno.

I mercati stanno prezzando forse eccessivamente il rischio recessione che, nel mondo reale, non è ancora nelle evidenze dei dati economici.

Nel probabile scenario di rendimenti contenuti e più frequenti episodi di volatilità, l’asset allocation diventa decisiva per la minimizzazione dei possibili drawdown, l’enfasi si sposta all’analisi della volatilità e delle correlazioni tra le classi di attivo.

L’approccio della preservazione del capitale, del “primo non prenderle”, è meno eccitante della ricerca di massimizzazione dei risultati con marcate esposizioni azionarie, gli obiettivi sono più modesti ma se rallentamento non significa recessione, cautela non fa rima con liquidità.

Nei nostri portafogli bilanciati flessibili abbiamo diminuito, non smontato, l’esposizione azionaria, e l’abbiamo affiancata con strumenti che ne attutiscono il profilo rischio-rendimento.

Strumenti di investimento non tradizionali come ad esempio le obbligazioni legate alle assicurazioni (Cat Bonds), cartolarizzazioni ipotecarie (MBS) o obbligazioni subordinate di emittenti di elevata qualità.

Il lungo termine rende giustizia agli investimenti finanziari e punisce senza appello i detentori di liquidità, la peggior forma di conservazione del risparmio che, nel tempo, non remunera e perde di valore.

Parleremo di tutto questo nella nostra tavola rotonda di mercoledì 6 febbraio, a Consulentia19, vediamo di vederci!

Fonte: advisorWorld.it

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