AdvisorWorld.it
Benetti Carlo GAM

GAM: Il contagio della paura

GAM. E’ stata la settimana che ha cambiato il mercato e ha aperto un nuovo capitolo. La volatilità è tornata ai valori del 2008 e, proprio come allora, le banche centrali sono tornate in campo con misure coordinate…….

Carlo Benetti Market Specialist di GAM (Italia) SGR


Se vuoi ricevere le principali notizie pubblicate da AdvisorWorld iscriviti alla Nostra Newsletter gratuita. Clicca qui per iscriverti gratuitamente


E’ un tempo che fa giustizia di molte storture. Innanzitutto abbiamo ritrovato la solidarietà, acciaccata dal suprematismo individualista: gli applausi e i canti dal balcone sono gratitudine per il lavoro svolto dal personale sanitario e testimonianza di sincero com-patire, sopportare insieme.

La solidarietà si manifesta nei gesti di aiuto verso le persone sole o anziane, nell’ordine delle file fuori dai negozi, nella serietà con cui ciascuno assolve i suoi doveri e, diciamolo, nella pazienza esercitata nei tempi dilatati della convivenza familiare, non c’è la gioia quotidiana del ritorno a casa perché non c’è più partenza.

E’ un tempo che fa giustizia delle anomalie dei mercati finanziari.

Gli indici hanno ceduto con una violenza che ha pochi precedenti, nel giro di pochi giorni la volatilità è tornata a valori visti nel 2008, con un incremento del 40% in pochi giorni, di quasi il 90% da inizio mese.

La pandemia Covid-19 porta l’umanità a fare i conti con i propri limiti e costringe i mercati finanziari a fare i conti con i loro meccanismi di funzionamento, con i margini delle operazioni a leva, con gli algoritmi guidati dalla volatilità, con movimenti sempre più amplificati che portano anomalie nella liquidità e nei rendimenti dei bond.

La settimana più violenta della storia finanziaria recente è stata avviata dalla crisi tra Riad e Mosca sui tagli alla produzione del greggio, a metà settimana c’è stata la disastrosa conferenza stampa di Christine Lagarde, in ultimo la decisione americana di sospendere i voli con l’Europa. La sensazione di un vuoto di leadership e di coordinamento nel pieno della crisi sanitaria, con le ombre della recessione sempre più lunghe, ha incendiato la foresta dei mercati dove già c’era abbondanza di legname secco e facilmente infiammabile.

Il filo rosso che collega tutti questi episodi è sempre il medesimo, le conseguenze dell’allarme sanitario sull’attività economica, i dubbi sulla efficacia delle misure prese per contrastare la recessione. Proviamo a fare un po’ di ordine. Il numero dei pazienti affetti da coronavirus diminuisce in Cina e Corea del Sud, cresce drammaticamente nei paesi avanzati.

L’Italia è a oggi il paese più colpito, il governo ha adottato misure di eccezionale rigore per appiattire la curva dei contagi ed evitare il collasso delle strutture di terapia intensiva. Per trovare nella nostra storia recente un momento simile, dobbiamo tornare indietro di settant’anni, quando la responsabilità della ricostruzione del paese nel nuovo ordine repubblicano era avvertita da tutti gli italiani, accomunati dalla stessa preoccupazione e dalla volontà di farcela.

La diffusione del virus negli altri paesi europei e nel continente americano è di poco più indietro ma la progressione dei casi fa parimenti aumentare la severità delle misure adottate. Le due principali preoccupazioni riguardano la salute dei cittadini e la tenuta dell’attività economica, valve della stessa conchiglia e che è insensato mettere in contrapposizione. L’assistenza medica e la funzionalità dei presidi sanitari sono importanti quanto la continuità della produzione e della logistica, la difesa dei redditi, la protezione del lavoro.

Obiettivi per i quali gli strumenti monetari sono insufficienti, utili a evitare l’avvitamento in una crisi finanziaria, inadatti a contrastare uno shock sull’offerta. Dopo oltre dieci anni di interventismo, i mercati si sono assuefatti alle azioni delle banche centrali, hanno coltivato una sorta di attesa fideistica nel tocco taumaturgico dei banchieri centrali, proprio come nel Medioevo si credeva al potere taumaturgico del tocco del re, capace di sanare i sudditi ammalati di scrofola, una infiammazione delle ghiandole linfatiche particolarmente diffusa in Europa tra l’XI e il XVIII secolo (vedi L’Alpha e il Beta del 1.9.2014 “I banchieri taumaturghi”).

La fiducia nel tocco magico della banca centrale è stata profondamente scossa da Christine Lagarde, le sue parole incaute che hanno fatto precipitare i mercati. Si ha una sola occasione per fare una prima buona impressione e Christine Lagarde, alla sua prima vera prova, l’ha mancata.

Il pacchetto di misure adottato va nella giusta direzione di alleggerire le difficoltà delle imprese e delle famiglie intrappolate tra le scadenze finanziarie da una parte e i minori ricavi dall’altra. Le misure sono mirate a evitare problemi di liquidità alle banche che, in questo modo, possono accompagnare i debitori nella sospensione e proroga delle loro scadenze. Ma quel paio di errori commessi in conferenza stampa sono stati devastanti.

Il primo errore è stato veniale, Christine Lagarde parla di un importo di cento miliardi di euro come acquisti addizionali netti e l’altra Christine, la Graeff capo dei servizi di comunicazione della banca, le fa notare con discrezione che i miliardi non sono cento ma centoventi. Un errore veniale, certo, ma non ricordare l’importo esatto di una delle misure decisive sembra rivelare algida distanza. Una svista, ma non una svista da poco. L’altro errore è stato molto più gravido di conseguenze.

Affermare che la riduzione degli spread non rientri nei compiti della banca centrale si è rivelato un messaggio devastante, la borsa italiana si avvita nel crollo del 17%, la peggiore giornata della sua storia. Lagarde ha sbagliato nel metodo, per l’uso disinvolto dei termini, ma ha sbagliato anche nel merito, spread troppo ampi ostacolano la trasmissione degli impulsi monetari, per cui anche gli spread sono rilevanti per una banca centrale.

La stessa Lagarde ha subito corretto i toni nell’intervista a CNBC e la stessa cosa ha fatto il capo economista della BCE Philip Lane, contraddicendo di fatto le incaute dichiarazioni della conferenza stampa. Christine Lagarde si è successivamente scusata per la scelta dei termini. Un po’ di serenità ai mercati l’ha data il giorno dopo Ursula von der  Leyen che si è affrettata ad annunciare nuove misure, l’allentamento delle regole di bilancio e la piena solidarietà all’Italia.

Al netto dell’incidente, Lagarde ha ragione nell’insistere che i governi facciano la loro parte, la politica monetaria ha dei limiti e poiché questi limiti sono sempre più prossimi, deve essere affiancata dalla politica economica. “Sviluppo economico, stabilità dei prezzi e quindi del valore reale della moneta sono obiettivi che devono perseguirsi congiuntamente, perché cercare di ottenerne uno solo può compromettere il raggiungimento stabile di entrambi” scriveva Marcello de Cecco nel 1993.

Per avere crescita, occupazione e stabilità dei prezzi è necessaria la cooperazione tra autorità economiche e monetarie. E’ quello che anche Mario Draghi, allievo di Federico Caffè, ha sempre chiesto ai governi europei. Con le operazioni di liquidità Draghi comprava tempo per la politica, ma Draghi è stato celebrato quanto inascoltato. Ora, nell’urgenza di contenere gli effetti sanitari ed economici della pandemia, qualcosa si muove.

L’Europa si trova alle prese con una situazione eccezionale, deve fronteggiare nel medesimo tempo un molosso con tre teste, quella della recessione, con l’attività industriale rallentata e la crescita a picco, quella dell’epidemia, con i sistemi sanitari e ospedalieri portati al limite delle loro capacità, infine la crisi dei migranti al confine tra la Turchia e la Grecia, una catastrofe umanitaria consumata mentre la nostra attenzione è distolta dall’allarme sanitario.

Se la Commissione Europea allenta il rigore delle regole, resta la vulnerabilità dei paesi a maggior debito una volta terminata l’emergenza.

Si torna a parlare di maggiore cooperazione e di condivisione, le politiche sanitarie, ad esempio, sono rimaste nella sovranità nazionale e ogni paese adotta misure diverse, un coordinamento sovranazionale sarebbe stato probabilmente più efficiente.

Il paese dove un’autorità federale per la gestione delle epidemie c’era ed è stata azzerata sono gli Stati Uniti. Tra le notizie minori della settimana scorsa ce n’è una che viene da New York. La conferenza organizzata del Council on Foreign Relations e dedicata a “Doing Business Under Coronavirus”, è stata cancellata per … coronavirus.

L’allarme da pandemia è arrivato anche oltre oceano, cresce la consapevolezza che le occasioni di contatto ravvicinato tra persone vadano contenute il più possibile.

Solo negli ultimi giorni il presidente Trump è passato dai registri della minimizzazione a quelli dell’emergenza. Nell’anno elettorale Trump sa bene quanto sia importante preservare l’andamento dell’economia. Nel 1980 l’inflazione elevata e una crescita di appena 1,47% all’anno costarono il posto a Jimmy Carter.

Dieci anni prima uno spregiudicato Nixon piegò ai suoi interessi elettorali il debole presidente della Fed Arthur Burns costringendolo a una politica espansiva che avrebbe portato, appunto, alla grande inflazione degli anni Settanta (vedi L’Alpha e il Beta del 17.6.2019 “Anni Settanta”). Nel 1992 un tasso di crescita annuo attorno a 1,5% decretò la sconfitta di Bush padre a favore di Bill Clinton.

Trump ha realizzato che anche negli Stati Uniti la pandemia potrebbe avere conseguenze dannose sulla crescita e sui redditi, una cattiva gestione dell’emergenza potrebbe far sbandare la macchina della sua campagna elettorale. La Fed di Powell non fa mancare il suo aiuto all’economia (e a Trump): dopo tre settimane di mercati impauriti e con la struttura delle scadenze a livelli allarmanti, la Federal Reserve ha rotto gli indugi e nel pomeriggio di domenica sorprende per la seconda volta con la decisione di azzerare i tassi e di fornire ancora più liquidità al sistema.

Dietro ogni angolo c’è sempre un altro angolo, non sappiamo cosa ci riservi il futuro ma non è escluso che tra i due angoli si annidi il rischio di una riedizione delle guerre valutarie, Trump non ha mai fatto mistero di volere tassi a zero (e ieri è stato accontentato) e un dollaro debole che aiuti l’export americano.

Anche dall’altra parte del Pacifico il governo cinese ha disposto robusti stimoli, fiscali e monetari, a sostegno all’economia mentre le stime della crescita nel primo trimestre si abbassano verso la forchetta 1% – 3%.

Mentre vengono scritte queste note la reazione dei mercati all’azione concertata delle banche centrali è profondamente negativa, prevalgono la diffidenza e il timore che la situazione sia peggiore di quanto sembri o comunque destinata a peggiorare.

La parola chiave resta “flessibilità”: l’hanno usata Powell e gli altri banchieri centrali, l’ha invocata la von der Leyen per le regole europee, la flessibilità è l’alleata del risparmiatore in questa fase caotica. I prossimi mesi resteranno volatili, i mercati dipenderanno dalle cifre sulla diffusione, e lo sperato contenimento, dell’epidemia. Non c’è fretta nell’esercitarsi nel “buy the dip”, negli acquisti sui crolli, questo non è uno storno ordinario, è molto probabilmente un cambio di passo ed è troppo presto per valutarne la portata.

Il sostegno delle banche centrali è importante ma le politiche monetarie stanno anche arrivando al limite e mettono ancora sotto pressione banche, assicurazioni, fondi pensione. Ci saranno nuove rotazioni settoriali, alcuni settori come il tecnologico e il sanitario ne usciranno fortificati altri, come l’industria, l’energia e le materie prime, avranno tempi difficili. Oltre a flessibilità le altre due parole chiave sono diversificazione e lungo periodo.

Jack Bogle ha ricordato gli “eterni principi dell’investimento che la tecnologia non può cambiare: il tempo è tuo alleato, l’impulsività tua nemica … se non sei sicuro diversifica, investi per il lungo termine, mantieni la rotta”. “Speriamo di averlo, il lungo termine” mi diceva un’amica consulente pochi giorni fa. In giornate come queste sembra davvero così ma, se davvero non avessimo la prospettiva del lungo termine, l’allocazione dei portafogli sarebbe l’ultimo dei nostri problemi. Buona settimana a tutte e a tutti, restiamo in contatto in queste giornate che ricorderemo a lungo.

Fonte: AdvisorWorld.it

Articoli Simili

Capital Group: 5 previsioni per il futuro dei media statunitensi

Redazione

La Financière de l’Echiquier : Citius, Altius, Fortius!

Redazione

La Française : Fine dell’era Merkel, e adesso?

Redazione