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GAM: I vestiti nuovi dell’Imperatore

GAM: Il Plenum del Partito Comunista Cinese mette Xi Jinping sullo stesso piano storico di Mao e di Deng Xiaoping e lo incorona “nuovo imperatore”, il leader che guiderà la nuova Cina nel XXI secolo.


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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR


Non mancano le contraddizioni, l’intervento del governo nell’economia scongiura le crisi ma costituisce a sua volta un freno all’efficienza complessiva del sistema economico.

I bastoni di inchiostro di china, assieme al pennello da calligrafia, la carta di riso e la pietra concava per contenere l’inchiostro erano definiti “i quattro tesori del letterato”, gli indispensabili strumenti per la scrittura. Alle corti degli imperatori cinesi calligrafi e letterati erano tenuti in gran conto e tra questi, in modo particolare, gli storici e i notisti. Il loro compito era documentare la gloria e le conquiste dell’imperatore regnante ma soprattutto riscrivere e “aggiustare” le imprese dei predecessori a seconda delle sue esigenze di governo.

Qualcosa di simile alle pratiche degli antichi imperatori cinesi si è verificato la settimana scorsa a Pechino. Nel corso di quattro blindatissimi giorni di lavoro, l’élite politica cinese ha discusso non di indirizzi programmatici o nuove linee guida all’economia ma, appunto, di storia. Discutendo di storia sono stati spazzati via gli ultimi dubbi sulle ambizioni imperiali del premier Xi Jinping e sono stati inviati forti segnali politici.

Un Comitato Centrale convocato per discutere dei “principali traguardi ed esperienze storiche del partito comunista” può sembrare curioso o irrilevante agli occhi occidentali ma il significato politico è enorme.

La Risoluzione sulla storia del partito rimanda alle storiche Risoluzioni di Mao e di Deng. La Risoluzione del 1945 attribuiva al presidente Mao un’autorità incontrastata ed assoluta, quella del 1981, “su alcune questioni nella storia del partito dalla sua fondazione ad oggi”, permise a Deng Xiaoping di mettere fine senza traumi alle politiche di Mao e aprire la Cina agli scambi commerciali e agli investimenti.

La Risoluzione della scorsa settimana descrive le conquiste del partito nei cento anni dalla sua fondazione a oggi e nella seconda parte, ecco la singolarità, il compagno Xi viene definito “fi-gura centrale” nella storia della Cina contemporanea, custode dell’ortodossia e dell’ideologia del partito.

Xi Jinping è posto sul-lo stesso piano storico di Mao e di Deng e la rimozione del limite costituzionale dei due mandati presidenziali approvata nel 2018 gli consentirà, in assenza di imprevisti, di presentarsi al Congresso del 2022 e ottenere la riconferma al terzo mandato.

Sarà Xi a portare la Cina nel XXI secolo e a superare definitivamente quello che i cinesi chiamano “il secolo dell’umiliazione”, il periodo che va dalla prima guerra dell’Oppio del 1839 alla formazione della Repubblica Popolare nel 1949. Questi anni sono considerati dai cinesi il loro Rinascimento, proprio come il Rinascimento italiano fece seguito al secolo di umiliazioni e invasioni cominciate con l’arrivo in Italia di Carlo VIII.

La forza economica e il prestigio danno diritto alla Terra di Mezzo di rivendicare il proprio posto nel mondo. I simboli sono rivelatori: nel 2009, all’avvio delle celebrazioni del sessantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare, i soldati in parata partirono dal centro di Piazza Tienanmen verso il pennone della bandiera e scadenzarono 169 passi, lenti e solenni, tanti quanti erano gli anni trascorsi dalla prima Guerra dell’Oppio.

E guardando indietro alle lezioni della storia, il precedente che più di ogni altro spaventa l’élite politica cinese è l’implosione dell’Unione Sovietica. Lo smottamento del potere del vecchio PCUS fu improvviso e consumato in breve tempo, le condizioni che portarono alla dissoluzione del potere del partito sono da evitare a tutti i costi e se la causa fu il “nichilismo storico” della politica e della cultura russe, allora la storia o, meglio, il controllo del racconto della storia, diventa strumento di potere.

L’uso politico della storia è vecchio quanto il mondo. In occidente facciamo i conti con il negazionismo e il riduzionismo, i regimi autoritari smontano ai loro fini la complessità dei processi storici isolando singoli fotogrammi, tagliando opportunamente porzioni di processi in realtà articolati.

Non è casuale, ad esempio, la celebrazione della “battaglia del bacino di Chosin”, per i cinesi lago Changjing, combattuta nel novembre del 1950 e decisiva per l’esito finale della guerra in Corea.

I 120.000 soldati della 9° armata dell’esercito dei volontari del popolo avevano accerchiato 30.000 soldati americani. L’ordine di Mao era di annientare le forze delle Nazioni Unite che però, dopo oltre due settimane di combattimenti violentissimi, riuscirono a spezzare l’accerchiamento e ritirarsi.

La rievocazione e l’esaltazione di un episodio di settantuno anni fa va di pari passo al film appena uscito e finanziato dal governo con oltre duecento milioni di dollari. “La battaglia del lago Changjin” è un film di smaccata propaganda; eppure, è già diventato un blockbuster, gli incassi hanno superato gli 880 milioni di dollari.

La rilevanza attribuita ai fatti di ieri segna la grammatica politica della Cina di oggi e la guerra di Corea, in fin dei conti, è stata l’unica occasione di scontro tra la Cina e gli Stati Uniti.

Il governo cinese, dunque, fa uso della storia, la modella e la riscrive nello stesso modo in cui la riscrivevano gli antichi imperatori, l’attenzione posta al passato ha concretissime conseguenze sul presente, i riferimenti storici diventano argomenti da spendere nelle dispute con i paesi vicini in merito alle acque territoriali o ai confini.

Xi Jinping, il nuovo imperatore che si mette al livello di Mao, ha la forza di mandare in soffitta il “to get rich is glorious” di Deng e sostituirlo con la sua “common prosperity” e la sua diplomazia muscolare (che però i cinesi definiscono “assertiva”) sembra dimenticare l’altra massima di Deng “nascondi la tua forza, attendi il tuo turno”.

Evidentemente Xi pensa che il turno della Cina sia oggi e lui il Nuovo Timoniere che traghetterà l’Impero di Mezzo nel XXI secolo. Nel nuovo corso di Xi l’ortodossia del partito e la sua storia sono indiscutibili e assolute, indisponibili alle critiche e tantomeno alla satira, come può testimoniare il giornalista Luo Changping, arrestato per aver fatto ironie sulla ricostruzione propagandistica del film sulla battaglia del lago Chosin.

In 1984 George Orwell scrive che “chi controlla il passato controlla il futuro e chi controlla il presente controlla il passato”. Secondo i giornalisti della CNN Nectar Gan e Steve George, Xi Jinping è in procinto di controllare tutti e tre, almeno per il momento.

Ma come sono i vestiti nuovi dell’imperatore?

L’ex Unione Sovietica sfidava gli Stati Uniti sul piano militare ma in termini economici rimase un avversario poco temibile: il PIL sovietico non superò mai il 44% del PIL americano e nel 1991, l’anno dello sfaldamento, l’attività economica dell’Unione Sovietica era pari a meno di un terzo di quella americana.

Invece l’attività economica e l’influenza politica della Cina non sono mai state così forti, a valori correnti il PIL cinese è però an-cora indietro, poco più del 70% di quello americano e il sorpasso sugli Stati Uniti viene spostato in avanti nel tempo.

Nei prossimi trent’anni la Cina perderà circa duecento milioni di lavoratori che andranno ad ampliare la platea degli anziani, “le conseguenze economiche e fiscali saranno devastanti” scrivono gli storici Hal Brands e Michael Beckley. Secondo loro la Cina è al picco della sua forza e in procinto di mostrare tutte le sue debolezze, proprio per questo diventa più aggressiva e muscolare nelle relazioni diplomatiche.

In un orizzonte più prossimo, la vicenda Evergrande ha sollevato il velo sull’enorme debito privato accumulato negli anni della crescita a doppia cifra, le tensioni sul mercato immobiliare cinese, che rappresenta circa il 30% del PIL, costituiscono ragione di preoccupazione per tutto il mondo.

“Tenendo conto delle dimensioni dell’economia, del sistema finanziario e dei collegamenti commerciali che la Cina ha con il resto del mondo” scrive la Federal Reserve nel suo rapporto semestrale sulla stabilità finanziaria “le tensioni finanziarie potrebbero estendersi dalla Cina ai mercati finanziari globali e il peggioramento della percezione del rischio potrebbe mettere a rischio la crescita globale”.

La produzione industriale cinese in settembre è cresciuta del 3,1%, un dato deludente rispetto agli standard dell’economia cinese e il PMI di ottobre è sceso a 49,2, per il secondo mese consecutivo al di sotto del valore di 50, la soglia che separa l’espansione dalla contrazione.

Non si perda di vista il fatto che la Cina non è una economia di mercato: le bolle sono fenomeni capitalistici che “non possono esistere nei paesi socialisti” e, soprattutto, il governo non gradisce gli espliciti riferimenti alla Cina come possibile focolaio di infezione, questa volta non del coronavirus ma di instabilità finanziaria.

Verranno messe in atto misure e provvedimenti a sostegno se non altro per smentire i timori e allontanare le responsabilità di possibili scossoni al sistema finanziario globale, la Banca del Popolo sta già facendo la sua parte con l’immissione di nuova liquidità nel sistema.

Il controllo governativo sull’attività economica torna agli standard del passato, proprio quelli dai quali Deng voleva che l’economia si affrancasse gradualmente, eviterà le crisi e il panico ma, nello stesso tempo, l’interventismo governativo costituisce di per sé causa di distorsioni e inefficienze.

Nel medio termine le prospettive restano positive, sia in termini di crescita che di utili societari, le preoccupazioni innescate dal-la vicenda Evergrande hanno pesato sul repricing del mercato azionario e le valutazioni sono rientrate a livelli oggi competitivi con altri listini. Il dialogo diretto tra Xi Jinping e Joe Biden allenta le tensioni e riporta un po’ di fiducia anche nei mercati.

 “Gli investitori hanno mostrato una certa apprensione per i cambiamenti in corso in Cina” scrive Jian Shi Cortesi di GAM Investments “ma non dovrebbero escluderla come opportunità di investimento, sono in corso sviluppi macroeconomici e microeconomici positivi per un investimento a lungo termine”.

Un posto eminente lo hanno i consumi, settore in costante crescita grazie alla diffusione del benessere. Tra gli obiettivi della “common prosperity” c’è il traguardo del 70% della popolazione cinese trasformata in classe media, una tendenza favorevole alle aziende occidentali dei settori del retail e del lusso.

È ragionevole aspettarsi che il governo continuerà a sostenere le società del settore privato perché, scrive Jian Shi, “avranno un ruolo determinante nella battaglia tecnologica con gli Stati Uniti, che il governo vuole vincere”.

Le prospettive del settore della sostenibilità ambientale sono corroborate dalle intese bilaterali con l’amministrazione americana, la Cina è uno dei maggiori inquinatori del mondo, responsabile del 30% delle emissioni mondiali di anidride carbonica e del 50% del consumo di carbone, ma è anche uno dei maggiori protagonisti nelle energie pulite, con il 70% della produzione globale di pannelli solari e della metà delle turbine eoliche.

Crescita dei consumi, ricerca e sviluppo nella tecnologia, investimenti nel contrasto al riscaldamento globale sono i tre pilastri che reggono la porzione di portafoglio investita nel listino cinese; starne fuori è più rischioso che starne dentro.

Fonte: AdvisorWorld.it

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