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Benetti Carlo GAM

GAM: A proposito di Henry

GAM. La classe media nei paesi emergenti, soprattutto in Asia, continua a essere un formidabile motore di sviluppo grazie ai redditi crescenti e ai consumi……..

Carlo Benetti Market Specialist di GAM (Italia) SGR


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Nomen omen, si dice di un nome che porta in sé un destino. In una commedia di Plauto, il protagonista è indeciso sull’acquisto di una schiava di nome Lucride. “Cosa aspetti a comprarla!” l’esorta il suo amico, “Nomen atque omen quantivis est pretii!”, il nome, per sé stesso e per l’augurio che porta seco, è senza prezzo!

L’entusiasmo si spiega con il fatto che Lucride evoca la parola latina “lucrum”, guadagno, un nome così beneagurante non può che essere di buon “omen”, un buon presagio.

Nella cultura classica i nomi erano importanti, avevano il potere di condizionare gli avvenimenti, ecco che allora i Romani reclutavano volentieri nell’esercito coloro che si chiamavano Valerio (che evoca vigore e forza) o Salvio (che evoca l’incolumità), gli animali per i sacrifici erano portati all’altare da persone con nomi altrettanto beneauguranti.

Nell’antichità, dare il nome a persone o cose era molto più che un esercizio estetico, era attestazione di dominio, predizione di un destino.

Nella leggenda biblica della creazione del mondo, il compito di Adamo di dare un nome “a tutti gli animali dei campi e agli uccelli del cielo” è soprattutto una dichiarazione di dominio “sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, e sopra ogni animale che si muove sulla terra”.

A dispetto della modernità, ancora oggi i nomi conservano una qualche eco del loro potere ancestrale, la parola cancro viene pronunciata con disagio, si preferisce riferirsi alla malattia con espressioni comuni che, come in un codice, vengono subito intese nel senso corretto.

I tabù linguistici sono propri di tutte le lingue e culture, per ragioni magico-religiose o per convenzione sociale certe parole non si pronunciano, vuoi per la loro sgradevolezza, per paura, superstizione o semplicemente per buona educazione.

Nella lingua russa l’orso, l’animale pericoloso che nella cultura popolare anima le fantasie dei bambini e dei cacciatori, è chiamato medvéd, cioè “mangiatore di miele”. L’animale non viene evocato con il vero nome ma con una circonlocuzione che ne “disattiva” il potere magico.

Curioso che lo stesso meccanismo del tabù linguistico lambisca anche una parola di antico lignaggio, circolata per secoli nei manuali delle scienze politiche e nel lessico dei rivoluzionari del XIX secolo. Anche la borghesia, evidentemente, non è più quella di una volta, oggi si preferisce parlare di classe media o, più correttamente, di ceto medio.

La prima identificazione di borghesia, o classe media, è di Aristotele. Nella Politica il filosofo indentifica quel gruppo di cittadini che non sono militari, sacerdoti e, d’altro canto, non sono schiavi o nullatenenti. Sul ceto “che sta in mezzo” Aristotele fonda la stabilità dello stato.

Per Lukács l’affermazione della borghesia coincide con l’affermazione del romanzo, “espressione della società borghese” che nasce quando la borghesia entra in conflitto con le classi dominanti dell’aristocrazia e del clero e stabilisce i nuovi, rivoluzionari ideali di “libertà, uguaglianza e fratellanza”. Nel secolo dei Lumi la borghesia prende possesso anche della letteratura affermando un nuovo codice etico e sociale.

Sono grandi romanzi borghesi “I dolori del giovane Werther”, con i tormenti amorosi di un giovane intellettuale, “I promessi sposi”, intriso di realismo e modernità, “La coscienza di Zeno”, racconto introspettivo di un uomo d’affari triestino.

Venendo ai giorni nostri, la classe media è stata la grande protagonista dello sviluppo economico dei “Trenta Gloriosi”, i tre decenni di sviluppo tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso. Quel periodo rappresenta ancora oggi un eccezionale fenomeno sociale.

Mai nella storia si era verificata una così fluida mobilità sociale e una così rapida diffusione del benessere che ha riguardato decine di milioni di persone in Europa e negli Stati Uniti. Un fattore potente di quel fenomeno fu l’accesso all’istruzione primaria che a sua volta spinse un più elevato numero di giovani a proseguire negli studi secondari e universitari.

L’istruzione favorì uno straordinario miglioramento delle competenze della forza lavoro o, come si dice oggi (un nuovo tabù linguistico?), del capitale umano. L’altro potente motore della crescita fu l’urbanizzazione di milioni di persone e il loro passaggio dall’agricoltura alla fabbrica e ai servizi. Parimenti, vennero realizzate infrastrutture per la mobilità e le comunicazioni.

Fu naturalmente altrettanto decisiva la presenza di ordinamenti democratici e liberali: altre zone del mondo non vennero neppure lambite da questa ondata di creazione di benessere.

All’alba del nuovo secolo, sono i paesi emergenti a trovarsi grossomodo nelle medesime condizioni in cui erano i paesi avanzati settant’anni fa. Il fenomeno dell’urbanizzazione e dell’accesso all’istruzione riguarda quasi esclusivamente i paesi emergenti.

Lo sviluppo economico dei prossimi anni seguirà, inevitabilmente, il percorso delle dinamiche demografiche: la crescita della popolazione mondiale rallenta, i paesi di antica industrializzazione sono un po’ più vecchi, le aree emergenti più giovani e, da oltre vent’anni, con tassi di crescita economica senza precedenti.

La borghesia o, come si preferisce dire, la classe media globale si è ampliata, da qui a dieci anni vi apparterranno circa cinque miliardi di persone, per la gran parte collocate in Estremo Oriente e Asia del Sud. I ricercatori dell’ISPI ci informano che “nel 2015 la classe media globale ha generato il 65% (pari a 35 trilioni di dollari) dei consumi mondiali di beni e servizi, i ricchi hanno contribuito per il 20% ed i poveri per il 15% (Kharas, 2017).

Per il 2030 la spesa per consumi di beni e servizi della classe media globale salirà a 63 trilioni di dollari”. In quell’enorme laboratorio sociale che è l’Asia, sta prendendo forma un nuovo ceto che si colloca nella parte alta della stratificazione sociale.

Nella letteratura europea era l’alta borghesia della famiglia Buddenbrook di Thomas Mann o la “classe agiata” definita da Thorstein Veblen. Evidentemente le vecchie etichette non piacciono più e, a dispetto delle migliaia di testi di sociologia e di scienza della politica, questo nuovo ceto non viene definito “alto-borghese” ma incastonato nel nuovo acronimo HENRY, ovvero HighEarners-Not–Rich-Yet, “persone dai redditi elevati ma non ancora ricche”.

Appartengono agli HENRY coloro che hanno redditi compresi tra i 100.000 e i 250.000 dollari, patrimoni finanziari inferiori a un milione di dollari. Gli HENRY sono ovviamente abili con gli strumenti digitali, preferiscono la rapidità degli acquisti online e, in genere, tendono a spendere.

Un target decisamente appetibile per le società di consumo e delle griffe dei consumi di alta gamma. Le griffe del lusso cercano di fidelizzare questo allettante segmento di consumatori enfatizzando da una parte la fedeltà alla tradizione, alla qualità, all’autenticità, dall’altra mettendo a disposizione efficienti sistemi per gli acquisti on-line, presenza sulle piattaforme social network, buone pratiche di sostenibilità ambientale.

E’ l’ulteriore conferma della sostenibilità nel lungo termine degli investimenti tematici che, come detto più volte, uniscono le opportunità di crescita con una narrativa che affranca il risparmiatore dalle ansie del breve termine. Ne parleremo nella Conferenza prevista mercoledì 5 febbraio a Consulentia20, al Parco della Musica di Roma. Vediamo di vederci!

PS I nomi sono importanti anche nella cultura cinese. I genitori scelgono per il bambino o la bambina nomi che siano di buon auspicio e, possibilmente, unici (con la popolazione della Cina l’unicità è in ogni caso una battaglia persa!).

Negli anni Cinquanta, subito dopo la fondazione della Repubblica Popolare e della guerra di Corea, a moltissimi bambini venne messo il nome di Jianguo, fondamento della nazione, o Yuanchao, colui che sostiene la Corea del Nord.

A proposito di Cina, e del coronavirus, è ancora difficile fare una diagnosi delle condizioni di salute dei mercati. Aumentano le preoccupazioni, i casi di contagio e il numero dei decessi, si diradano i voli da e per la Cina, le misure di profilassi più severe.

Settimana scorsa abbiamo assistito prima alla corsa all’acquisto di titoli sicuri, il rendimento del Treasury decennale si è abbassato e la struttura delle scadenze americana si è nuovamente invertita, poi l’emozione si è diradata e i rendimenti sono tornati al punto iniziale.

Questa settimana vedremo quale sarà il sentimento prevalente, il confronto con analoghe situazioni passate non aiuta: i cosiddetti “rischi di coda”, ovvero il rischio che le epidemie si trasformassero in pandemie, sono sempre stati evitati. Naturalmente ci si augura che accada lo stesso anche questa volta ma, altrettanto naturalmente, impossibile esserne certi.

Le autorità cinesi non stanno a guardare, la banca centrale ha annunciato per lunedì 3 febbraio una immissione di liquidità di 173 miliardi di dollari, tanto per cominciare.

Di sicuro c’è che l’economia cinese pesa il 15,5% nella creazione del PIL globale (gli Stati Uniti il 23,6%) e i consumatori cinesi sono stati protagonisti della crescita nel 2019: società che operano nei viaggi, nell’accoglienza, nel turismo sono le prime a essere colpite dagli effetti (economici) del virus.

Il rallentamento non verrà innescato dai soli consumi, anche il sistema delle catene globali del valore, di cui la Cina è hub preminente, viene compromesso dalla limitata mobilità delle persone.

Una possibile conseguenza del rallentamento dovuto alle precauzioni sanitarie è anche che la Cina potrebbe non essere in grado di onorare gli acquisti negli Stati Uniti promessi negli accordi della “Fase Uno”. Vedremo, è comunque probabile che andrà peggio prima di andare meglio.

Fonte: AdvisorWorld.it

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