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East Capital: I tre possibili scenari della guerra commerciale tra Usa e Cina

La Cina rimane l’elefante nella stanza e, di conseguenza, la chiave per la performance degli Emergenti nel 2019……

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A cura di team di investimento Asia di East Capital


La grande incertezza è legata all’esito delle attuali discussioni commerciali con gli Stati Uniti, che continueranno ad occupare le prime pagine e i mercati per il nuovo anno.

L’impatto di tali discussioni, combinato con la riduzione della leva finanziaria strutturale su iniziativa del governo a partire dal 2017, è già molto visibile nei macro-dati cinesi.

La crescita del PIL nel terzo trimestre è stata del 6,5%, sui livelli più bassi degli ultimi 10 anni, e dovrebbe scendere a circa il 6,0% entro il primo trimestre del 2019. I dati di novembre sono stati particolarmente deboli. La produzione industriale è stata al minimo da novembre 2008, con un impatto sulla crescita delle esportazioni che è passata dal 15,5% in ottobre al 5,4% in novembre.

21-01-19 East Capital

Queste cifre portano alla conclusione che quest’anno vedremo probabilmente un pacchetto di stimolo significativo, anche se il target generale del PIL potrebbe essere rivisto al ribasso. I dati portano anche a pensare che la Cina sia fortemente incentivata a risolvere la guerra commerciale.

Di recente abbiamo riscontrato vari annunci che sostengono quest’ultimo punto di vista sostegno di quest’ultima tesi, come la riduzione dei dazi per le importazioni di automobili statunitensi in Cina dal 40% al 15% per 3 mesi.

Il Fondo Monetario Internazionale prevede che le misure di stimolo fiscale aggiungeranno circa lo 0,5% alla crescita del PIL nel 2019 [1]. Tali misure si baseranno sulle riforme fiscali e sugli investimenti infrastrutturali. Gli sgravi fiscali dovrebbero essere finalizzati all’inizio del 2019 e potrebbero ammontare a quasi l’1% del PIL. Essi comprenderanno i già annunciati tagli all’imposta sul reddito delle persone fisiche e, eventualmente, tagli all’IVA e all’imposta sul reddito delle società

Per quanto riguarda i dazi, prevediamo tre scenari futuri.

Nell’eventualità di un mantenimento della situazione attuale, con dazi al 10% su 200 milioni di dollari di importazioni cinesi, il Fondo Monetario Internazionale ha stimato di recente un impatto del -0,7% sulla crescita del PIL nel 2019, compensato dalle misure di espansione, portando ad un impatto netto sul PIL di -0,2% [2].

Dinanzi ad un inasprimento del livello e della portata dei dazi, l’impatto sarebbe di certo peggiore (probabilmente intorno al -0,5%) e potremmo assistere ad una possibile svalutazione dello yuan. Inoltre, zavorrando l’economia cinese e i mercati, l’effetto negativo sarebbe percepito in maniera più forte a livello globale, soprattutto nell’ambito delle materie prime.

Le importazioni di metallo in Cina sono crollate su tutta la linea, con una flessione del 3% nelle importazioni di rame nel primo semestre dell’anno. Le importazioni di fagioli da soia, segmento in cui gli acquisti cinesi contano per il 60% della produzione globale, segnano un calo del 38% su base annua, attestandosi a 5,4 milioni di tonnellate.

Lo scenario finale coincide con un accordo commerciale.

Una soluzione di questo tipo potrebbe aprire le porta ad un significativo miglioramento del fragile sentiment dei Mercati Emergenti, insieme ad una crescita economica con segno positivo e revisioni degli utili a livello globale, fattore che porterebbe afflussi significativi in entrata.

Sarebbe proprio questo il caso della Cina, con l’indice MSCI China che tratta a 10,2 volte il rapporto prezzo/utili nel 2019, con una crescita del 14% degli utili per azioni (nella rilevazione in dollari).

Nel complesso riteniamo che un accordo si possa trovare dato che incentivi e pressioni in questa direzione vengono da entrambi i lati.

Abbiamo tuttavia imparato negli ultimi anni quanto difficile sia prevedere gli aspetti geopolitici e di conseguenza continuiamo, insieme a tutti gli attori del mercato, a monitorare ogni aggiornamento.

Fonte: AdvisorWorld.it

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