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Miccoli Christian Conio Founder & Co-CEO

Conio: E se in portafoglio metto anche bitcoin?

Conio: Investire una piccola parte del proprio portafoglio in bitcoin ne aumenta l’alpha complessivo.

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A cura di Christian Miccoli, Co-Founder & Co-CEO Conio


Abbiamo condotto alcune simulazioni su portafogli ipotetici con tre diversi profili di rischio/rendimento (prudente, bilanciato, aggressivo) per osservare come in diversi archi temporali la performance complessiva sarebbe variata sostituendo alla percentuale in oro una parte equivalente in bitcoin. Prima di leggere i risultati, qualche piccola avvertenza. Si tratta di un puro esercizio teorico, molto semplificato e ne siamo ben consapevoli: non abbiamo inserito variabili importanti come la volatilità giornaliera né il coefficiente  di  deviazione  standard;  d’altronde  non sono inclusi neppure costi e tasse.

Si tratta di un semplice calcolo algebrico focalizzato sui rendimenti, per riuscire a visualizzare questo assunto di cui siamo certi: investire nell’ambito di un portafoglio ampiamente diversificato e adeguato al proprio profilo di rischio una quota tra il 2 e il 4% in bitcoin negli ultimi tre anni sarebbe stata una mossa vincente. È un esercizio che, seppur grezzo, dice molto sulle occasioni perse per chi ha guardato sempre bitcoin con sospetto ma soprattutto delle potenzialità future (sempre tenendo bene a mente che le performance passate non sono garanzia di risultati futuri).

Partiamo da un profilo di rischio bilanciato, rappresentato da un portafoglio in cui la componente azionaria è superiore al  40% oltre a  un 8,5% di corporate bond investment grade; la componente obbligazionaria  governativa  ammonta  al  26%,  l’oro  a  poco  meno  del 4%. Si tratta di un asset allocation basata su Etf che replicano le relative asset class.

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Legenda: Governativi breve termine e cash (10,88%) – Governativi Paesi Sviluppati (8,88%) – Corporate bond Investment Grade (8,50%) – Inflazione (12,42%) – Corporate bond HY e governativi emerging (7,98%) – Azionario Paesi Sviluppati (38,21%) – Azionario Emergenti (6,63%) – Liquidità (2,80%) – Oro (3,70%)


Osservando quindi l’andamento degli Eft selezionati, rileviamo che un portafoglio così composto ha reso a tre anni il 16,70%; a un anno il 16,67%; da inizio anno il 4%. In questo portafoglio c’è una componente di oro del 3,7%, che ha registrato le seguenti performance (calcolate sulla base dell’Etf Invesco Physical Gold): il 34,5% a tre anni ed è negativo sia sull’anno (-3,4%) sia da inizio anno (-4,1%).

L’altro dato di cui  abbiamo bisogno è la performance della criptovaluta negli intervalli temporali considerati: ovvero a tre anni (+757%), a un anno (+600%) e da inizio anno (+100%). In questo caso i valori sono stati estratti dalla piattaforma Conio.

Se anziché investire in oro, quel 3,7% fosse stato esposto su bitcoin, come sarebbe variata la performance complessiva del portafoglio?

Sui tre anni la quota di oro ha inciso sulla performance complessiva per il 5%     del totale, dunque la parte restante del portafoglio ha reso l’11,7%. Se il 3,7% del paniere  anziché  sull’oro  fosse  stato  esposto  sul  bitcoin  il  valore  di  quella  quota avrebbe inciso per il 31,9%. Questo implica che la performance complessiva sarebbe passata dal16,7% (con l’oro) al 43,6% con il bitcoin: in sostanza un  aumento di tre volte.

A un anno, il rendimento sarebbe passato invece dal 16,67% al  40% e da inizio anno sarebbe più che raddoppiata dal 4 all’8%.

Cosa succede invece nel caso di un portafoglio più aggressivo, con una quota di azionario superiore al 70%?

La composizione è quella che segue, per cui abbiamo calcolato un rendimento a un anno del 25,1%, a tre anni del 18,9% e year to date del 5,8%. Anche in questo caso, escludendo la componente di oro (3,9%) e sostituendola con una identica parte di bitcoin, la performance globale avrebbe subito un balzo significativo, raddoppiando su tutti e tre gli orizzonti temporali. Ovvero sarebbe stata portata year to date a sfiorare il  10%, a un anno a quota 48,8% e a tre anni oltre il 47%.

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Legenda: Governativi Paesi Sviluppati (10%) – Corporate bond Investment Grade (4%) – Corporate bond HY e governativi emerging (7%) – Azionario Paesi Sviluppati (67%) – Azionario Emergenti (6%) – Liquidità (2%) – Oro (4%)


Il terzo caso è infine quello di un portafoglio molto prudente pensato per  proteggere il capitale e superare l’inflazione. La quota azionaria, limitata al solo mondo occidentale, è di circa il 22% e la parte restante è allocata su obbligazioni di tipo diverso, secondo la composizione che segue.

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Legenda: Cash e Bond Governativi a Breve (30%) – Bond Governativi Paesi Sviluppati (20%) – Bond Societari Investment Grade (3%) – Inflazione (15%) – Bond Societari HY & Bond Gov. EM (8%) – Azionario Paesi Sviluppati (23%) – Liquidità (1%)


In questo portafoglio non c’è esposizione sull’oro, pertanto semplifichiamo ulteriormente immaginando di aver investito un 2% in bitcoin sottraendo in maniera proporzionale una piccola quota da ognuna delle diverse asset class. Coerentemente con un profilo di rischio più conservativo abbiamo dimezzato rispetto agli altri due panieri la quota di bitcoin.

Ebbene, il rendimento del portafoglio prudente a un anno è del 10,43%: con il 2% di bitcoin sarebbe triplicato, al 33,6%, così come year to date, il valore sarebbe aumentato dal 2,02% al 5,9%. Infine a tre anni la performance quadruplica, passando dall’8,5% al 37,9%.

Fonte: AdvisorWorld.it

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