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Biden Che cosa può cambiare

Biden Che cosa può cambiare. Da    quando    Sanders,    con    la complicità  decisiva  della  Warren,  è stato fatto uscire di scena per sempre, le    presidenziali    americane    del    3 novembre  non  sono  più  state  oggetto di  attenzione  da  parte  dei  mercati …

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Alessandro Fugnoli – Kairos Partners SGR


Biden  è  stato  catalogato  come  una versione opaca e populista di Obama, un  presidente  con  il  quale  i  mercati hanno  convissuto  abbastanza  male  a livello micro ma molto bene a livello macro, e la questione è stata archiviata. Poi è arrivato Covid e tutto il resto è passato in secondo piano.

Oggi  Covid  fa  meno  paura  perché  è  meno  virulento  e  più  curabile.  Le elezioni,  in  compenso,  sono  sempre  più  vicine  e  le  probabilità  che  vinca Biden continuano a crescere.

È ben vero che quattro anni fa a quest’epoca la Clinton veniva indicata in grande vantaggio ed è altrettanto vero che Trump è  capace  di  rimonte  spettacolari  ma  per  chi  investe  non  ha  senso  non cominciare  a  pensare  seriamente  a  quello  che  potrebbe  cambiare. 

Non dimentichiamo che la Clinton era impopolare, mentre Biden, pur non avendo nulla  di  elettrizzante,  è  più  accettato. Quanto  a  Trump,  il  suo  problema storico  con  l’elettorato  femminile  si  è  aggravato,  mentre  il suo  punto  di forza, l’economia, è in grave crisi.

La debolezza di Trump in questo momento è tale da riverberarsi su tutto il partito   repubblicano,   che   secondo   i   sondaggi   rischia   a   questo   punto seriamente  di  perdere  anche  il  Senato  dopo  avere  perduto  la  Camera  nel 2018. 

Ai  repubblicani  potrebbe  restare  solo  la  Corte  Suprema,  ma  con  una maggioranza risicata.

Il Senato è cruciale negli equilibri politici americani. Con un Senato ancora repubblicano  Biden  verrebbe  seriamente  limitato  sul  piano  della  politica fiscale,  mentre  potrebbe  fare  molto  in  caso  di  maggioranza  democratica. 

Se poi  i  democratici  optassero  per  modificare  le  regole  sull’ostruzionismo, rendendone  possibile  l’annullamento  a  maggioranza  semplice,  l’ultima traccia  di  spirito  bipartisan  verrebbe  cancellata  dalla  storia  parlamentare americana,  mentre  il  processo  di  radicalizzazione  farebbe  un  grosso  passo avanti.

Sul piano dei rapporti internazionali con un’amministrazione  Biden  molto  cambierebbe  nelle apparenze e nella retorica, meno nella sostanza. Ci sarebbe certamente   una   ripresa   del   multilateralismo,   visibile soprattutto sulla questione dei cambiamenti climatici, che genererebbe    grandi    aspettative    in    Europa.  

Queste aspettative andrebbero però in gran parte deluse, perché il processo  di  chiusura  dell’America  in  sé  stessa  è  più grande di Trump e di Biden.

Fino a  qualche  anno  fa  il  partito  democratico  era  antirusso  e  molto  aperto verso la Cina, oggi è chiuso verso entrambe e condivide pienamente l’idea che la   Cina   sia   diventata   una   minaccia   strategica   per   gli   Stati   Uniti. Probabilmente  l’accento  verrà  spostato  dai  dazi  al  contenimento  della crescita tecnologica cinese, ma l’impegno sarà perfino maggiore rispetto a quello  dell’attuale  amministrazione. 

Se  così  sarà,  l’Europa,  nuovamente apprezzata  a  parole,  sarà  sottoposta  a  pressioni  ancora  più  forti  affinché  si schieri con l’America e contro la Cina, anche a rischio di perderne il mercato.

Sul  piano  economico  le  differenze  tra  Biden  e  Trump  saranno  anche  di sostanza.  Non  cambierà  l’approccio  ultraespansivo,  garantito  sul  lato monetario da una Fed che continuerà a procedere a testa bassa per garantire una ripresa, ma ci saranno importanti novità fiscali.

I governi si finanziano con le tasse, con il debito e con la moneta. Trump ha abbassato le tasse (pur aumentando la spesa), ha fatto crescere il debito e ha premuto  con  successo  sulla  Fed  perché  creasse  moneta.  Biden  continuerà  a fare  crescere  debito  e  moneta  ma  alzerà  le  tasse,  in  certi  casi  in  maniera rilevante.  Le  tasse,  oltre  ad  avere  un  significato  politico  redistributivo, verranno  usate  non  per  contenere  il  disavanzo  ma  per  fare  altra  spesa. L’impulso  fiscale  netto  rimarrà  quindi  fortissimo,  ma  sarà  questa  volta accompagnato da una pressione sui margini di profitto.

Vista  dall’alto  l’economia  apparirà  dunque  ben  supportata  da  politiche della   domanda   aggressive.   Vista   dal   basso   apparirà   appesantita   da   un aumento della pressione fiscale sulle imprese, da una legislazione che alzerà il costo  e  la  rigidità  del  lavoro,  da  una  massiccia  reregulation  e  da  iniziative specifiche su una lunga serie di settori (Silicon Valley, farmaceutico, finanza, difesa,  petrolio  e  gas)  che  avranno  in  comune  effetti  negativi  sugli  utili.  Ci saranno   in   compenso   incentivi   per   le   energie   alternative,   non   tali   da configurare un Green New Deal vero e proprio ma comunque consistenti.

Per     i     mercati,     con     Biden     saranno ipotizzabili un  dollaro  più debole  e  borse  più opache    ma    non    necessariamente    deboli. Molta  attenzione  andrà  prestata  ai  singoli titoli  e  settori  che  verranno  penalizzati,  ma se  il  livello  complessivo  del  mercato  terrà, come   pensiamo,   la   loro   debolezza   dovrà essere     compensata     dalla forza anche ingiustificata  degli  altri. 

Un  altro  comparto  che  trarrà  grande  beneficio  da un’amministrazione  Biden  sarà  quello  dei titoli  obbligazionari  degli  stati  e degli  enti  locali,  perché  anche  i  più  indebitati  e  destinati  all’insolvenza (generalmente amministrati da democratici) verranno salvati.

I mercati pensano a Biden come a una continuazione di Obama.   In   realtà,   lo   stesso   Obama   cambiò   da   una legislatura all’altra, e Biden, che si troverà di fronte a un mondo diverso e a un’America radicalizzata, sarà a sua volta diverso e più radicale di come viene oggi percepito. Un messaggio importante sarà la scelta del vicepresidente  che,  con  il  ritiro  dell’ipotesi  Klobuchar, sta virando verso scelte più radicali.

Venendo  al  breve  termine,  ribadiamo  l’idea  che  l’equilibrio  dei  mercati  è poco  sotto  i  livelli  attuali  e  lì  resterà  finché  non  avremo  segnali  più  decisi  di ripresa  dell’economia.  Questi  arriveranno  sicuramente  se  la  pandemia,  che finora ha avuto ovunque un ciclo di tre-quattro mesi, inizierà a uscire di scena anche  nelle  aree  in  cui  è  ancora  in  fase  ascendente. 

I  timori  che  circolano  sul fiscal  cliff  globale  (il  venir  meno,  nei  prossimi  due  mesi,  degli  stimoli  fin  qui varati  per  combattere  gli  effetti  economici  della  pandemia)  sono  in  larga misura infondati, perché gli stimoli verranno ritirati con molta gradualità.

Mercati  laterali  nella  seconda  parte  dell’anno  saranno  comunque  da  vedere positivamente come consolidamento e base da cui ripartire per il rialzo l’anno prossimo

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.

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