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MacArthur Hugh Bain & Company

Bain & Company – Private Equity globale, 1.000 miliardi di dollari nel 2021?

Bain & Company – Il primo semestre si è rivelato caldo per il mercato del private equity: a livello globale il valore dei deal, durante i primi sei mesi del 2021, ha raggiunto i 539 miliardi di dollari.


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Hugh MacArthur, responsabile a livello globale dell’attività di Private Equity di Bain & Company


Lo scorso anno, di questo periodo, il mercato del Private Equity mostrava una solidità sorprendente grazie anche all’enorme stimolo governativo. Il ritmo della ripresa è stato straordinario e persino migliore delle attese, al punto che il 2021 – in base all’andamento del primo semestre – si avvia ad essere di gran lunga il miglior anno nella storia del settore, con un valore complessivo dei deal che potrebbe raggiungere mille miliardi di dollari entro la fine dell’anno. Se ciò dovesse verificarsi, vorrebbe dire che il settore avrebbe essenzialmente triplicato le sue dimensioni in 10 anni.

 “Inoltre”, commenta Hugh MacArthur, responsabile a livello globale dell’attività di Private Equity di Bain & Company, “il sovradimensionamento del mercato ha generato fondi sempre più grandi, che chiudono operazioni sempre più significative. E dato che al 30 giugno la potenza di fuoco ancora inespressa del settore (dry powder) ha toccato un nuovo record a 3.300 miliardi di dollari (di cui circa 1.000 solo nei fondi di buyout, è evidente che ci sia ancora molto margine di crescita per le attività di Private Equity”.

Un torrido primo semestre globale

Nei primi sei mesi del 2021, a livello globale, il Private Equity ha generato deal da 539 miliardi di dollari: basti pensare che la media dell’intero periodo 2016-2020 si è attestata a 543 mld di dollari. Se il trend dovesse continuare e il valore, sull’intero 2021, dovesse toccare quota 1.000 miliardi di dollari, il mercato supererebbe nettamente il precedente record di 804 miliardi di dollari, stabilito nel 2006, quando il settore ha raggiunto il picco, prima della crisi finanziaria globale.

 “Un altro elemento interessante da sottolineare in questo scenario è che il boom del mercato è dovuto non tanto al numero delle singole operazioni – che è comunque in crescita – quanto al valore medio dei deal. La dimensione media degli accordi, infatti, è aumentata del 48%, passando da 718 milioni di dollari a 1,1 miliardi di dollari”, prosegue MacArthur.

La forza del mercato è stata evidente su tutti i settori merceologici, ma il comparto tecnologico ha continuato – anche in questo periodo – ad essere protagonista. In particolare, un accordo di buyout su tre, nella prima metà dell’anno, ha coinvolto un’azienda tech (soprattutto nel software). Questo numero – già significativo – tende comunque a sottostimare l’appetito degli investitori di Private Equity per la tecnologia, dato che non comprende sottosettori legati ad essa come il fintech, i servizi tech enabled e l’IT sanitario. Visto lo stretto legame tra tecnologia e crescita e tra crescita e multipli più elevati, la tendenza ad investire in questi settori continuerà probabilmente nei mesi e negli anni a venire.

Le SPAC sono ancora importanti

L’appetito del mercato statunitense per le offerte pubbliche delle SPAC ha subìto una brusca frenata ad aprile per via dei maggiori controlli normativi su questo tipo di veicoli. Tuttavia, anche se il volume di nuove SPAC rimanesse a livelli più bassi per il resto dell’anno, i 207 miliardi di dollari di capitale raccolti da gennaio 2019 hanno segnato in maniera profonda l’ecosistema del Private Equity.

Al 30 giugno, le SPAC avevano speso o impegnato solo 97 miliardi di dollari tra accordi di fusione e fusioni annunciate. Ciò significa che 419 SPAC, che detengono 133 miliardi di dollari, sono ancora alla ricerca di aziende da quotare sul mercato. Questo capitale rappresenta tanto un’opportunità quanto una sfida per i General Partners (GP), dato che renderà ancora più agguerrita la competizione per un numero limitato di obiettivi di acquisizione di qualità. Questo è particolarmente degno di nota dato che il potere d’acquisto di quei 133 miliardi di dollari è in realtà superiore a questa cifra, dal momento che le SPAC utilizzano tipicamente altre forme di finanziamento come gli investimenti privati in Public Equity (PIPE) come leva.

La corsa ai mercati pubblici

Nei primi sei mesi dell’anno si è registrato un significativo incremento delle public exit, fenomeno registrato prevalentemente in Nord America grazie a mercati pubblici eccezionalmente robusti negli Stati Uniti. Se il trend dovesse proseguire a questo ritmo nella seconda metà dell’anno, il valore delle exit globali potrebbe avvicinarsi a quota 1.000 miliardi di dollari, raddoppiando essenzialmente il precedente picco di 521 miliardi di dollari, registrato nel 2014.

Il fascino del Private Equity

Complessivamente, la raccolta di fondi è salita a 631 miliardi di dollari nel primo semestre, un ritmo che porterebbe il totale di fine anno vicino ai 1.300 miliardi di dollari. I fondi di buyout, venture e growth hanno visto gli incrementi maggiori rispetto al 2020, mentre i fondi secondari, distressed e immobiliari sono diminuiti. La concentrazione è stata evidente: al 30 giugno, nove fondi “mega” (fondi con oltre 5 miliardi di dollari di asset) hanno raccolto da soli 120,4 miliardi di dollari, più della metà di tutto il capitale di buyout raccolto. La maggior parte di loro erano nomi noti – EQT, KKR, CD&R, Bain Capital – e hanno raccolto in media il 17% in più del loro obiettivo.

Fonte: AdvisorWorld.it

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