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Gli Stati Uniti e la Cina, le due principali economie a livello globale, sembrano entrare in una nuova era per quanto riguarda le relazioni economiche e commerciali..........

 

A cura di Matt Miller, Economista politico di Capital Group


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Con l'annuncio delle tariffe previste sulle importazioni di acciaio e alluminio, il 1° marzo, i funzionari statunitensi hanno effettuato il primo passo in quelle che saranno senza dubbio trattative controverse. Sebbene queste tariffe specifiche coinvolgano molti paesi, tra cui alleati quali Canada ed Europa, gli investitori dovrebbero concentrarsi sulla Cina, che nei mesi successivi rappresenterà la fonte maggiore di controversie.

Si tratta di una fase sostanzialmente nuova degli scambi commerciali Usa – Cina, tuttavia non bisogna dare per scontato che lo stile di negoziazione insolito e aggressivo del presidente preceda un’impetuosa guerra commerciale che sarebbe dannosa per entrambe le parti. Gli eventi che si stanno verificando non precludono infatti la possibilità di un nuovo equilibrio commerciale nei prossimi anni. Tuttavia, mentre ciascuna delle parti studia l’altra e ne mette alla prova la tempra e i veri obiettivi, è probabile che attraverseremo un periodo destabilizzante con uno “scambio di fendenti” che potrebbe innervosire i mercati e le società coinvolte nel fuoco incrociato. La Cina cercherà di offrire il minor numero possibile di concessioni che agevolino il presidente, mentre l’ultima parola di Trump sembra al momento (di proposito) incerta.

L’obiettivo di queste tariffe globali è la nota sovrapproduzione d’acciaio cinese; tuttavia, è quasi certo che l’amministrazione adotterà ulteriori misure per puntare più direttamente, nei prossimi mesi, alle pratiche cinesi, sia commerciali che di altro tipo. Tali misure comprendono la presentazione di nuovi casi presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio, l’imposizione di ulteriori tariffe, l’istituzione di nuovi requisiti sulla reciprocità in materia di investimenti e/o l’emanazione di nuove restrizioni ai visti.

È fondamentale seguire la cosiddetta indagine “Section 301” riguardante il furto di proprietà intellettuale da parte della Cina, che porterà il presidente a brandire le stime principali che arrivano fino a “$1.000 miliardi” negli ultimi dieci anni circa e a imporre una serie di provvedimenti ancora da definirsi. Come reagirà la Cina? Nessuno può saperlo con certezza, tuttavia riteniamo che la Cina risponderà in modo adeguato e politicamente accorto, puntando su misure di ritorsione per colpire le autorità e i collegi influenti di interesse dell’amministrazione. La strategia a lungo termine della Cina consiste nella creazione di un’economia più bilanciata e autonoma che dipenda meno dalle industrie straniere nei settori chiave. Desidera inoltre competere in modo diretto in una serie di settori chiave futuri e questa ambizione contribuisce alla rinnovata percezione della sfida cinese da parte di Washington. Ad esempio, la Cina sta investendo enormemente nello sviluppo della sua industria dei semiconduttori e nell’intelligenza artificiale. Sebbene questa mossa richiederà del tempo, viene percepita come una minaccia e aumenta i timori dei responsabili politici e dei leader d’affari statunitensi.

Le società cinesi si sono inoltre rivelate attive sul fronte delle acquisizioni globali, acquistando attività o creando joint venture nella speranza di guadagnare proprietà intellettuale chiave. I governi occidentali hanno recentemente dato segnali di resistenza, ostacolando proposte commerciali da parte di società cinesi e in molti casi segnalando problemi relativi alla sicurezza nazionale.

Quali sono alcune implicazioni per gli investimenti? Tra le maggiori esportazioni statunitensi in Cina sono presenti i velivoli, i prodotti agricoli e i componenti per semiconduttori utilizzati nei dispositivi elettronici; questi potrebbero diventare gli obiettivi delle misure di ritorsione di Pechino, almeno nel breve termine. Potrebbero inoltre essere presi di mira i produttori di macchinari industriali e le case automobilistiche. Non stupisce il fatto che le azioni industriali e delle società nel settore dei trasporti si siano indebolite in seguito all’annuncio. Inoltre, potrebbero essere chiamati in causa anche i produttori statunitensi di soia e prodotti agricoli correlati, che al momento sono tra i principali esportatori in Cina. Per gli Stati Uniti, è probabile che il commercio, a seguito degli sgravi fiscali, rappresenti una priorità per l'attuale amministrazione.

Nei prossimi mesi del 2018, una politica più severa sulla Cina riceverà probabilmente un sostegno più bipartisan di quanto non sia ampiamente riconosciuto.  Inoltre, è importante seguire la crescente scuola di pensiero di Washington che sostiene che il livello odierno di integrazione economica con la Cina sia sfavorevole agli interessi economici e in materia di sicurezza statunitensi del lungo periodo. Sebbene qualsiasi “decoupling” delle due economie sia ancora lontano, emerge un vasto consenso che ritiene sia giunto il momento di sfidare le politiche mercantilistiche della Cina.

Fonte: AdvisorWorld.it

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