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ASI crea il Gender Equality Index

ASI: Aberdeen Standard Investments crea il Gender Equality Index per valutare le diseguaglianze cui sono soggette le donne

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Stephanie Kelly vice responsabile di ASI Research Institute


Aberdeen Standard Investments Research Institute (ASIRI) ha creato un proprio Gender Equality Index che classifica 29 paesi sviluppati attribuendo loro un punteggio sulla base di molteplici fattori economici, politici e di empowerment, svelando alcune informazioni sorprendenti sulla persistente diseguaglianza di genere.

L’indice conferisce un punteggio su una scala massima pari a 100 considerando parametri specifici che esemplificano la situazione economica attuale delle donne e le politiche in atto a sostegno della parità di genere e comprende altresì un punteggio di “empowerment” che quantifica le opportunità e il grado di partecipazione delle donne a livello lavorativo e politico. 

I risultati ottenuti rivelano che:

  1. La pandemia sta generando un effetto negativo misurabile sulla parità di genere. Durante l’emergenza sanitaria, le donne sono state penalizzate in termini di retribuzioni e opportunità di lavoro. La rappresentanza femminile nel pubblico impiego e in politica è diminuita e si è ristretto l’accesso alle opportunità di business.
  2. Gli Stati Uniti potrebbero arginare la “fuga di cervelli” in atto tra le lavoratrici più qualificate del paese approvando politiche a sostegno della parità di genere. Malgrado quella statunitense sia una tra le popolazioni femminili meglio istruite al mondo, le donne sono ancora oggi sottorappresentate nel mondo del lavoro americano. Gli Stati Uniti si collocano al 27° posto sui 29 paesi campione e il sistema di punteggi dell’indice indica che la mancanza di politiche per la parità di genere è il principale fattore responsabile di questo risultato. Problemi come la carenza di congedi per maternità e paternità, servizi per l’infanzia costosi e il carico fiscale oneroso che grava sulle coppie di genitori e sulle famiglie monoparentali potrebbero essere risolti con provvedimenti legislativi adeguati. Anche le leggi sulla discriminazione sessuale e sulla parità salariale negli Stati Uniti sono carenti rispetto alla gran parte del mondo sviluppato.
  3. Il Giappone ha uno dei congedi di paternità più generosi del mondo, ma per questioni culturali è molto raro che venga richiesto. Il paese è fanalino di coda dell’indice per il basso tenore di empowerment femminile.
  4. Il Regno Unito si colloca al 23° posto su 29, dopo Repubblica Slovacca, Grecia, Portogallo, Irlanda e molti altri paesi. Come per il Giappone, il basso punteggio nella categoria dell’empowerment femminile significa che la bassa rappresentanza nel pubblico impiego, nella politica e nel mondo del lavoro privato rappresenta un ostacolo per lo sviluppo personale delle donne britanniche.
  5. Dopo i paesi nordici, Germania ed Estonia sono le nazioni dove la parità di genere è maggiormente progredita. Entrambi i paesi hanno infatti conseguito buoni punteggi in tutte le categorie (economia, politica ed empowerment).
  6. Alcune delle donne che godono del maggior empowerment nel mondo sviluppato vivono in Spagna. Le donne spagnole sono ben rappresentate in politica e nel pubblico impiego, godono di migliori opportunità nel mondo del lavoro privato e sono soggette a minori diseguaglianze salariali e lavorative rispetto alla maggior parte dei paesi sviluppati.

L’indice mira a coadiuvare le decisioni d’investimento basate sulla parità di genere dei singoli paesi e sui progressi, o mancati progressi, in questo campo; mette inoltre in evidenza le diverse ragioni delle ineguaglianze esistenti tra paesi e per ciascuno di essi indica modalità adeguate per migliorare lo status di parità.

Stephanie Kelly, vice responsabile di ASI Research Institute, ha commentato:

“L’obiettivo è identificare le economie che possono trarre vantaggio da una maggiore parità di genere, perché godranno di migliori esiti economici e potrebbero offrire migliori opportunità d’investimento.

“Questo è il primo anno in cui ci serviamo di questo indice; sarà dunque molto interessante osservare in che modo i paesi miglioreranno o se la pandemia, ad esempio, avrà un effetto retrogrado sotto il profilo dell’uguaglianza di genere.

“I parametri molto specifici che abbiamo usato aiutano gli investitori a capire cosa può essere migliorato e dove. Sono utili anche per tracciare i progressi compiuti o i passi indietro negli anni successivi”.

L’indice prende in considerazione tre aree specifiche per l’attribuzione dei punteggi: i fondamentali macroeconomici di ogni paese, le politiche in materia di parità di genere e un sistema di valutazione dell’empowerment.

I fondamentali macroeconomici sono costituiti da sei importanti indicatori, tra cui: la partecipazione femminile al mondo del lavoro, l’istruzione femminile e il divario tra lavoro part-time, disoccupazione e lavoro autonomo. Per valutare le politiche attuate, abbiamo preso in considerazione sette fattori, tra cui: congedo di maternità e paternità, oneri fiscali a carico dei genitori (single e sposati), le tutele occupazionali e i costi dei servizi per l’infanzia (sia nel caso di coppie sposate che di famiglie monoparentali).

Per quanto riguarda l’empowerment, che è un aspetto più prettamente culturale, gli indicatori considerati sono quattro: partecipazione e rappresentanza in politica, accesso al pubblico impiego e a opportunità di business, tutele previste per garantire l’uguaglianza salariale e lavorativa.

Stephanie Kelly ha sottolineato:

“Le informazioni macroeconomiche ci dicono a che punto del suo sviluppo si trova ciascun paese in un dato momento. Le informazioni sulle politiche e sull’empowerment ci forniscono indizi utili sul futuro andamento di un paese.

Il nostro scopo è sensibilizzare maggiormente riguardo al fatto che la parità di genere è davvero fondamentale per la crescita e lo sviluppo di un paese. Ci auguriamo di poter inoltre segnalare le aree in cui il singolo paese deve ancora progredire”.

Aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro, che è più bassa rispetto a quella maschile in tutte le economie dell’OCSE, potrebbe rilanciare la crescita della produttività, oggi stagnante. Gli strumenti fondamentali per migliorare la parità di genere sono: offrire agli uomini congedi di paternità, riformare il cuneo fiscale sul cumulo dei redditi familiari e sui nuclei monoparentali, considerare la qualità e non solo la quantità del lavoro femminile (in modo che la flessibilità lavorativa non vada a discapito della progressione di carriera) e disporre di maggiori dati sulla parità.

Fonte: AdvisorWorld.it

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