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Amundi : Analisi settimanale dei Mercati

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● Mercati: tassi a lungo termine dei Paesi sviluppati in lieve calo, leggero ampliamento degli spread del credito. Continua la correzione del dollaro USA. Stabilizzazione dei mercati azionari.

● USA: a gennaio la creazione di nuovi posti di lavoro ha superato le attese.

● Zona Euro: ciclo dell’inflazione in ritardo rispetto al ciclo USA. Nuovo disaccordo sugli aiuti alla Grecia.

● Mercati emergenti: lieve miglioramento dell’indice PMI manifatturiero ufficiale cinese, modesto aumento dell’inflazione turca.

Key focus

Il ritardo della BCE sulla Fed

Visto che i tassi a lungo termine tedeschi sono saliti notevolmente a gennaio, l’inflazione nella zona Euro è di nuovo attorno al 2% e i mercati si interrogano sempre di più sulla longevità del QE della BCE, è utile fare un confronto storico tra gli Stati Uniti e la zona Euro/la BCE. Per una serie di eventi chiave, sembra che il ciclo europeo sia in ritardo di circa quattro anni su quello USA.

Ovviamente, questo genere di confronti ha dei limiti. In particolare, la situazione della zona Euro è più complessa di quella degli Stati Uniti, soprattutto per via della frammentazione finanziaria intervenuta dopo la Grande recessione del 2008 e la crisi del 2011-2012 che ha investito la zona Euro. Inoltre, l’agenda politica (elezioni francesi, tedesche e forse anche italiane), con le implicazioni che avrà sui mercati, potrebbe accentuare oppure riassorbire il ritardo tra il mercato statunitense e quello europeo. Tuttavia, il confronto ci offre dei punti di riferimento interessanti e ci ricorda che se il ritardo di quattro anni si applicasse anche all’uscita dal QE, Mario Draghi parlerebbe più apertamente di un’uscita dal QE alla fine del primo semestre del 2017, la BCE ne darebbe un annuncio ufficiale alla fine del 2017 e alzerebbe i tassi alla fine del 2019. Ovviamente, questa informazione va presa con le pinze, ma evidenzia come chi investe nel comparto obbligazionario dovrà misurarsi con alcuni temi scottanti nei prossimi mesi.

Possiamo inoltre trarre una serie di lezioni dal taper tantrum del 2013. L’indicazione di Ben Bernanke nel maggio del 2013 riguardo alla futura riduzione del QE da parte della Fed spinse i mercati a rivedere considerevolmente le loro aspettative sui fed fund nell’anno seguente, e ciò determinò un forte balzo del premio alla scadenza e un notevole irripidimento del segmento duecinque anni. Per contro, il tasso a due anni salì solo leggermente (dall’1,60% all’inizio di maggio 2013 al 3% del settembre 2013) perché c’era comunque una bassissima probabilità di un rialzo dei tassi sui fed fund nei trimestri successivi. In Europa, il segmento due-cinque anni della curva dei tassi tedesca ha iniziato a irripidirsi leggermente dal settembre al novembre 2016, per poi appiattirsi leggermente di nuovo dopo la riunione del consiglio direttivo a dicembre, deludendo le attese di una conclusione precoce del QE della BCE. Un annuncio credibile riguardo alla fine del QE della BCE provocherebbe indubbiamente un forte irripidimento del segmento duecinque anni, confermando l’idea che la BCE potrebbe alzare i tassi nei prossimi cinque anni. Per quanto riguarda il tasso a due anni, la situazione è meno chiara di quanto non fosse negli USA nel 2013, perché se da un lato è improbabile che la BCE alzi i tassi d’interesse per motivi economici subito dopo aver inviato un segnale credibile della prossima fine del QE, dall’altro è possibile che alzi il tasso sui depositi riportandolo verso lo zero perché la sua negatività fa parte delle misure non convenzionali come il QE, o perlomeno che questa probabilità venga discussa sui mercati. D’altro canto, come nel caso tedesco, i segmenti cinque-dieci anni e dieci-trent’anni sono già relativamente ripidi.

In conclusione, è molto probabile che alla fine del 2017 i rendimenti dei bond tedeschi risultino più alti rispetto a un anno prima.

 

Fonte: AdvisorWorld.it

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