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Masullo

17/06/09 La Consulenza di Investimento Indipendente

Molto si è detto e scritto sull’attuale crisi finanziaria e sicuramente i prossimi anni saranno dedicati ad analisi più o ….

meno approfondite e più o meno lucide sulle cause e sui relativi effetti reali e comportamentali da essa derivanti.

E oramai quasi unanimamente accettato, sia dal mondo accademico che dagli operatori,che la causa principe risiede nella deregulation voluta e dilagata nel mondo anglosassone a seguito dell’affermarsi della scuola della Teoria delle Aspettative Razionali.

Tale teoria vede il mercato come un insieme di individui razionali in grado in ogni istante di tempo di scegliere il meglio nel rapporto rischio rendimento, pertanto è inutile mettere paletti regolatori poiché l’unico effetto sarebbe quello di limitare la scelta ottima dell’investitore.

Tale teoria ha trovato terreno fertile nella politica reaganiana dei primi anni ’80, così come in Inghilterra con la Tatcher, ma poi nel tempo ha acquisito proseliti bipartisan, creando le basi per lo scoppio della recente crisi finanziaria.

Poiché il periodo di incubazione di quest’ultima è lungo più o meno trenta anni, sarà ben difficile ‘curare la malattia’ in poco tempo,ed anche le cure poste in essere non sono né ortodosse ,quali per esempio quantitative easing , né tantomeno è facile determinarne gli effetti di medio e lungo periodo, sia sugli equilibri finanziari che reali.

Relativamente a quest’ultimo punto è recentissimo lo scontro tra due scuole di pensiero sulle pagine de Il Sole 24 Ore , e precisamente tra lo storico dell’economia Nial Ferguson che ritiene una specie di ‘suicidio premeditato’ un uso smodato delle politiche fiscali come quelle in atto e Paul Krugman, recente premio Nobel per l’economia, che invece ritiene le politiche fiscali messe in atto ancora inadeguate per ampiezza.

Se si abbraccia la sempre più folta schiera di coloro che pensano che ‘l’economista è colui che ti dirà domani perchè non è successo oggi quello che aveva previsto ieri’ la polemica può forse essere considerata sterile, anche alla luce del ruolo miope avuto dagli economisti in questa crisi, così sempre più accerchiati dalla loro perenne visione normativa dei problemi , ciò che più conta per il comune risparmiatore, investitore e professionista del risparmio è invece sicuramente come ‘navigare’ attraverso la tempesta e uscirne vincitori nel medio/lungo periodo.

Da questo punto di vista, l’arte del Consulente di Investimento, non ne è di certo uscita facilitata e saranno sempre più necessari doti di ‘lettura’ macroeconomiche e finanziarie.

A tal proposito, la frequenza delle crisi del recente decennio ha mostrato tutti i limiti di una finanza basata su concetti di diversificazione più o meno markoviani di fine metà secolo scorso che vengono costantemente messi a dura prova.

Nelle fasi di crisi sono sempre più evidenti i cosiddetti fenomeni di volatility break down, nei quali la correlazione media tra le diverse asset class aumenta in maniera vertiginosa rendendo inefficace ogni buona impostazione di diversificazione posta in essere.

Ma viene frequentemente tradito anche l’altro baluardo posto alla base della buona consulenza, cioè la corretta valutazione della propensione al rischio del cliente.

Sempre più in evidenza sono alcuni modelli che tentano di spiegare comportanti non razionali dell’investitore, e non a caso due degli ultimi tre premi Nobel per l’economia abbracciano questo filone di studi.

Se il concetto di dissonanza cognitiva e similari permettono di intervenire ed operare in modo migliore , il grosso limite è comunque quello che finora non è stato proposto un modello buono per tutte le stagioni ( e molto verosimilmente non sarà mai realizzato), in quanto si è in grado di normare un processo comportamentale solo quando si è verificato e rarissimamente in congiunzione con altri comportamenti paralleli.

Tutto ciò comporta sempre più spesso il venir meno di relazioni causa-effetto oramai ampiamente sperimentate e più o meno prevedibili ex ante , si pensi ai recenti debasements di alcune valute, ad alcuni irrazionali movimenti di curva dei tassi, i movimenti di overshooting sui prezzi di alcune materie prime .

Il rischio è di cadere nella trappola e diventare ‘assistenti nel trading’ piuttosto che consulenti ,pertanto, in questo momento il guanto di sfida del buon Consulente di Investimento non è sicuramente facile da raccogliere, ma le professionalità in Italia ci sono tutte , basti pensare a quei professionisti che da anni sono associati e certificati da ASSOCONSULENZA Associazine Italiana Consulenti di Investimento, la PRIMA Associazione di Consulenti di Investimento fondata in Italia nel 1996.

Può aiutare sicuramente focalizzarsi sul medio periodo, eliminare il rumore di fondo dall’analisi, filtrare il grado di entropia informativa che ci circonda e una analisi ponderata ma indipendente, condividendola continuamente con il cliente.

Ed alla fine un articolo de Il Sole 24 Ore in meno, il non seguire un segnale di analisi tecnica o il non sentire qualche intervista di un esperto, paradossalmente potranno fare la differenza.

A cura di Stefano Masullo Segretario Generale di Assoconsulenza

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