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03/06/09 Ritenute sui dividendi: chiarimenti ufficiali

Masullo

La Circolare n. 26 del 21 maggio 2009 ha finalmente fornito gli attesi chiarimenti riguardo alla nuova misura ridotta delle ritenute sui dividendi corrisposti alle società ed agli enti residenti nella UE e nei paesi aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo, …..

introdotta al comma 3-ter dell’art. 27 del D.P.R. n. 600/1973 dall’art. 1, comma 67, dalla Legge 244 del 2007 (Legge Finanziaria per il 2008).

La ratio della norma è quella di livellare il carico impositivo gravante sui dividendi corrisposti a società ed enti residenti nella UE e nel SEE a quello gravante sui dividendi corrisposti a società ed enti residenti, così prevendendo anche per i primi un carico fiscale complessivamente pari all’ 1, 375% (5% del 27,50%).

Detta ritenuta, operata a titolo d’imposta, si applica sui dividendi e sui proventi relativi a strumenti partecipativi formatisi a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007, mentre per quelli precedenti continuerà a valere la maggiore ritenuta pari al 27%; in tal caso, a differenza di quanto avviene nei confronti di percettori residenti, non troverà applicazione la presunzione stabilita dal D.M. 2 aprile 2008 secondo cui si considerano prioritariamente distribuiti gli utili prodotti fino all’esercizio 2007.

Come precisato dalla Circolare in commento tale ritenuta troverà applicazione esclusivamente sugli utili corrisposti alle società e agli enti soggetti ad un’imposta sul reddito delle società, escludendo quindi sia le persone fisiche che le società di persone e trust non residenti se trattati in base alla normativa fiscale locale quali soggetti “fiscalmente trasparenti”; in tal caso per tali soggetti continuerà ad applicarsi l’aliquota ordinaria del 27% o quella più favorevole prevista dalla Convenzione se applicabile.

In merito al requisito della soggettività passiva la Circolare ha il merito di aver chiarire come lo stesso sia da considerare sussistente anche nel caso in cui la società non residente, se ben potenzialmente soggetta all’imposta, di fatto non paghi alcun imposta in virtù di particolari esenzioni oggettive collegate alla tipologia del reddito da loro prodotto o del luogo in cui è svolta l’attività.

L’altra condizione congiuntamente richiesta dalla norma riguarda la necessità che la società non residente risieda in uno stato membro della UE o in uno stato aderente allo Spazio Economico Europeo (SEE) incluso nella lista dei Paesi che consentono un adeguato scambio di informazioni

(cosiddetta White list); al riguardo si precisa che l’unico stato SEE non comunitario che soddisfa entrambe le previsioni è la Norvegia.

L’applicazione della ritenuta in misura ridotta da parte della società residente che corrisponde i dividendi avverrà solo previa richiesta da parte della società non residente beneficiaria, corredata da idonea certificazione di residenza e status fiscale rilasciata dalle autorità fiscali del paese di appartenenza; in caso contrario tali proventi continueranno a scontare l’aliquota ordinaria del 27% o quella più favorevole prevista dalla Convenzione applicabile.

LBO LEVERAGED BUY OUT ATTUALE NORMATIVA EXARTICOLO 2501 BIS CODICE CIVILE

Si fa riferimento a quella forma di leveraged buy out, che si conclude con la fusione, ossia al MLBO (merger leveraged buy out).

Prima del 2004 l’operazione di LBO era oggetto di critiche :

per carenza del business purpose nella fusione, che ordinariamente viene attuata fra due o piu’ societa’ operative, e non fra una scatola vuota quale la newco. e la societa’ target (operativa);

per difetto, secondo l’Amministrazione Finanziaria, di valide ragioni economiche alla base del progetto di fusione;

in quanto lesiva degli interessi dei soci di minoranza della societa’ acquisenda;

in quanto lesiva degli interessi dei creditori sociali della stessa target;

infine, a causa dello stato di conflitto di interessi della newco. , in quanto socio controllante della target, all’atto della delibera della societa’ target in ordine alla fusione con la stessa newco., interessata a traslare il debito contratto a carico della target.

L’operazione di LBO era anche inquadrata, secondo buona parte della dottrina, quale un insieme di atti volti ad aggirare la disposizione dell’art. 2358 c.c. (che vietava e vieta l’assistenza finanziaria e di garanzia per la sottoscrizione ed acquisto di azioni proprie), ricadendo la fattispecie nella competenza dell’art. 1344 c.c. (contratto in frode alla legge), il quale sanzionava di nullita’ l’atto di compravendita e quello di finanziamento.

La riforma societaria ha introdotto l’art. 2501 bis c.c., che non e’ una nuova norma, ma una disposizione interpretativa della legittimita’ del LBO.

L’articolo in questione, che risulta coerente con la dinamica dell’operazione di LBO (contrazione del debito per l’acquisizione di controllo di una societa’ da parte di un’altra societa’, e successiva fusione), e che fa espresso riferimento alla stessa operazione anche nell’intestazione della rubrica, recita:”Fusione a seguito di acquisizione con indebitamento.Nel caso di fusione tra societa’, una delle quali abbia contratto debiti per acquisire il controllo dell’altra, quando per effetto della fusione il patrimonio di quest’ultima viene a costituire garanzia generica o fonte di rimborso di detti debiti, si applica la disicplina del presente articolo.”

In virtu’ di detto articolo, nonche’ degli adempimenti in essi contenuti, l’operazione di LBO dal 2004 e’ un’operazione lecita, peraltro non soggetta piu’ alle osservazioni critiche sopra esposte (conflitto

d’interessi, lesione dei diritti dei creditori e della minoranza,sospetta elusione fiscale carenza di causa nel processo di fusione). Sempreche’, naturalmente, l’operazione di LBO si svolga nel rigoroso rispetto dell’articolo 2501 bis c.c.

L’opzione è un vero e proprio contratto, stipulato tra due (o più) parti, che si caratterizza per il fatto di inserirsi nell’iter formativo di un altro contratto, destinato a regolare in maniera definitiva i diritti e gli interessi delle parti.

CONTRATTO D’OPZIONE ARTICOLO 1331 CODICE CIVILE

Il particolare meccanismo contrattuale rappresentato dall’opzione ha una sua specifica disciplina normativa, contenuta nell’art. 1331 c.c.

L’opzione è il contratto in virtù del quale una parte assume l’obbligo di rimanere vincolata ad una proposta, rivolta appunto alla conclusione di un altro contratto, per un determinato periodo di tempo, durante il quale l’altra parte conserva la facoltà di accettare o meno.

Se la scadenza dell’opzione non è specificata, è previsto che il termine possa essere fissato dal giudice.

Il codice civile, inoltre, stabilisce che la proposta espressa nel contratto di opzione sia (recte: si considera) irrevocabile. Una volta sottoscritto il patto di opzione, in altre parole, la proposta non potrà essere revocata sino alla scadenza del termine previsto dal contratto o fissato dal giudice: l’eventuale revoca, infatti, sarebbe senza effetto.

Nel momento in cui la parte a cui è stato concessa l’opzione, esercitando la sua facoltà, accetti la proposta fatta dalla parte obbligata, l’altro contratto, cioè quello destinato a disciplinare definitivamente gli interessi delle parti, risulta a tutti gli effetti concluso.

Un esempio consentirà di comprendere meglio il meccanismo, al quale peraltro si fa diffusamente ricorso nella pratica della compravendita immobiliare, in caso di attività di mediazione delle agenzie immobiliari.

Accade spesso che l’agente immobiliare sottoponga al potenziale acquirente, che si reca presso l’agenzia, un modulo contenente proprio un patto di opzione.

Con la sottoscrizione del modulo, in particolare, il cliente, interessato all’acquisto di un immobile, formula al proprietario, potenziale venditore, una vera e propria proposta d’acquisto, obbligandosi a rimanere vincolato a tale dichiarazione per un determinato periodo di tempo, durante il quale l’altra parte potrà decidere se accettare.

Intervenuta l’accettazione da parte del proprietario, il contratto principale – che nel caso di specie è rappresentato da un preliminare di vendita – risulta a tutti gli effetti concluso.

A quel punto, trattandosi di compravendita immobiliare, residuerà l’onere di formalizzare l’acquisto con l’atto pubblico, attraverso il rogito notarile.

Nella pratica commerciale, peraltro, il proprietario dell’immobile manifesta anticipatamente all’agente la propria intenzione di accettare proposte d’acquisto a partire da un determinato livello di prezzo.

Ne deriva che, una volta acquisita una proposta d’acquisto, sotto forma di opzione, corrispondente ai requisiti di prezzo che il venditore aveva indicato all’agenzia, di fatto, l’affare deve ritenersi concluso.

Per tale ragione, secondo l’orientamento della Corte di Cassazione, la sottoscrizione del patto di opzione, nei termini appena precisati, è sufficiente a far ritenere concluso l’affare e, di conseguenza, a far sorgere il diritto provvigione dell’agente immobiliare alla provvigione

A cura di Stefano Masullo Segretario Generale di Assoconsulenza

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